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Il “made in Italy” che contribuisce al mattatoio yemenita

 

Nello stabilimento RWM di Domanovus, provincia di Iglesias, da anni si costruiscono le bombe della serie MK-8x, quelle che dal 2015 la coalizione saudita sgancia sui ribelli sciiti in Yemen senza badare troppo agli obiettivi civili compresi funerali, ospedali e scuola bus, a dispetto delle ripetute condanne Onu.
E’ il “made in Italy” che contribuisce al mattatoio yemenita, con una particolarità: la fabbrica è di proprietà tedesca, di un gruppo che ha non pochi stabilimenti in Germania ma che – evidentemente – trova più opportuno produrre le bombe in un angolo tra i più poveri d’Italia; un luogo dove la grande crisi delle miniere e un’industrializzazione “senza radici” hanno lasciato disoccupazione ma anche ferite in un paesaggio bellissimo che non si riesce a trasformare in un giacimento di lavoro e ricchezza.
Contro la RWM o meglio “per” la sua riqualificazione, da anni si batte un comitato fatto di gente comune che non riesce a convivere con quello stabilimento di morte. Faccio una precisazione per quelli che “tanto le produrrebbero altrove”, qui non si tratta di schierarsi pro o contro le fabbriche di armi (dibattito non poco complesso) qui si tratta di impedire che si violi la legge 185 del 90 e che – eticamente – le nostre armi finiscano nelle mani sbagliate, seppur cariche di denaro.
Per anni il caso RWM è stato sollevato solo da “specialisti” e quindi, con alcune eccezioni, è rimasto lontano dal grande pubblico. Insomma è finito di diritto in quella oscena categoria delle “crisi dimenticate”, che auto-certifica il fallimento del giornalismo nel raccontare guerre, epidemie, cataclismi vari e ben lontani da “casa nostra”.
Eppure nelle ultime settimane è successo qualcosa che rappresenta un grande segnale di speranza. Dal Tg3 ad Avvenire, passando per il Sole24Ore e Repubblica, il caso RWM è entrato di diritto nell’agenda della “grande” (in primis per pubblico) informazione italiana. Mi crea un po’ di disagio ragionarne perché non vorrei essere frainteso, sto citando anche miei pezzi messi in onda dal Tg3 diretto da Giuseppina Paterniti, ma il punto non è questo. Il punto non è chi ha fatto cosa e chi l’ha fatto meglio.
Siamo passati dal silenzio, dalle nicchie di informazione specialistica, ad un’attenzione diffusa (ma non corale) dell’informazione italiana di massa. Il caso RWM dimostra quindi una cosa: che l’informazione se ritrova la sua attenzione, se esce dal “canale” del mainstream (letteralmente il corso d’acqua principale), se cerca le differenze, se abbraccia gli argomenti scomodi, se torna ad ascoltare i movimenti, gli invisi (alla politica) comitati, se torna ad essere pungolo per politica sorda, beh a quel punto può ritrovare il pubblico, l’autorevolezza e quel suo ruolo sociale sempre più messo in crisi.

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