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Tra i gilets jeaunes, l’altra faccia della Francia che sfida Macron

 

Dai più piccoli villaggi francesi, alle città medie e grandi, fin nelle metropoli di Parigi, Bordeaux e Lione, da un mese è un insorgere di gilets jeaunes, che spesso si appalesano ai caselli delle autostrade. Una sorta di arterie piene di sangue irruente che affluiscono verso il cuore della Francia esausta e in crisi, dopo il grigio e asfittico quinquennio del socialista Hollande e quest’anno e mezzo del tecnocrate Macron, il “presidente dei ricchi”, come viene ribattezzato dagli oppositori di destra e di sinistra.

Abbiamo percorso in questi giorni quasi Mille chilometri di autostrada dal Nord al Sud. I gilets jeaunes hanno impiantato presidi ovunque, sotto la pioggia, la nebbia, dall’alba alla sera, riscaldati da rudimentali fuochi di legna, sfidando il gelo con bevande calde, vino e calvados o armagnac di fattorie, alimentandosi con quanto la solidarietà dei loro compaesani forniscono. Diversamente da quello che si vede in Tv, dagli incidenti e gli atti di violenza che si sono svolti a Parigi e in alcune grandi città, questi “veri” gilets jeaunes ci tengono alla loro identità di contestatori pacifici. “Quelli degli incidenti a Parigi sono estremisti di destra e di sinistra; sono casseurs di professione che si mettono i gilets per confondere”, ci dicono con malcelato disprezzo.

Li si incontrano lunghe le autostrade, nelle vicinanze dei caselli per entrare o uscire, mentre presidiano i varchi con la solidarietà degli abitanti delle zone, degli automobilisti e dei camionisti di passaggio, che espongono i loro gilets sui cruscotti e suonano ripetutamente, per esprimere il loro appoggio. Riecheggiano le prime note di “Ce n’est qu’un début” di sessantottiana memoria!

Uomini e donne ti porgono i loro volantini che spiegano come lo Stato francese dal 2014 si sia indebitato oltre il 100%, avvicinandosi all’Italia, ma con l’acquiescenza di Bruxelles, separando furbescamente le spese centrali da quelle regionali e locali e da quelle per le pensioni. Ti invitano a prendere una bevanda con loro e ti parlano con semplicità, cercando di spiegarti che non si tratta solo degli aumenti del gasolio, ma anche delle tasse sulle loro attività, l’impoverimento dovuto a politiche della finanza pubblica in deficit di Hollande prima e Macron adesso, della riduzione del welfare state, della disoccupazione giovanile che cresce e dei soldi che non bastano più per mandare avanti una famiglia. Le loro facce, le loro mani, parlano da sole: allevatori, coltivatori diretti, operai, camionisti, commercianti ambulanti che vagano per i mercati settimanali in piccole città e villaggi. Gente dura, che fatica tutti giorni, a volte persino senza riposi né vacanze, che riesce a vivere con poco e con tanta dignità.

Certo la scintilla è stata l’impennata delle tasse su gasolio (+14%) e benzina (+7%) legata alla cosiddetta “transizione ecologica”, decisa dal governo di Edouard Philippe, le nuove norme per rottamare i veicoli e passare all’elettrico o l’ibrido. Aggiunte agli aumenti delle imposte sul gas, sul tabacco, dei contributi sociali in busta paga, gli incrementi hanno avuto un impatto negativo sul potere d’acquisto. L’aumento delle accise si somma alla diminuzione della velocità da 90 a 80 chilometri orari sulle strade statali e dipartimentali, all’incremento del numero di Autovelox e quindi delle multe per rimpinguare le casse degli enti locali, all’inasprimento dei requisiti per i collaudi, agli aumenti dei pedaggi.

Tutti temi che Jacline Mouraud ha messo in un video di 4 minuti e mezzo sul suo Facebook, accentuando la “persecuzione” del governo contro gli automobilisti: “Cosa fate di tutto questo denaro a parte comprare stoviglie di porcellana e fare costruire una piscina?” E’ una bretone di 50 anni, che suona la fisarmonica e fa l’ipnoterapeuta, ma che per arrivare a 1.000 euro al mese deve fare anche la sorvegliante anti-incendio. Possiede un vecchio SUV diesel, comprato 10 anni fa. Per fare il pieno e recarsi al lavoro, spende più di metà stipendio: “Quando finirà la vostra caccia all’automobilista? – dice nel video diventato virale – ci avete venduto i vostri diesel raccontandoci che erano più ecologici. Oggi ci dite che vi danno fastidio e dobbiamo cambiarli con il vostro mini-bonus?”.

Il fenomeno della protesta, per ora senza leader nè organizzazioni partitiche o sindacali alle spalle, è molto articolato e pacifico. Certo con aspetti di determinazione propria delle lotte in Francia. Non a caso, dopo gli ultimi scontri e devastazioni, i membri del governo e i media hanno fatto un distinguo tra i due aspetti del movimento. In realtà, i casseurs specialmente di estrema destra con le loro violenze rischiano di giustificare “lo stato di emergenza” che alcuni del governo Macron vorrebbero instaurare. “Macron dimettiti” è così lo slogan più gridato e scritto dal Nord al Sud della Francia, tra i gilets jeaunes della provincia profonda, baluardo della protesta, alle banlieue delle grandi città come a Parigi, da dove provengono spesso i casseurs. Ma dove la crisi morde forte, dove le famiglie vivono con salari bassi, che devono percorrere ore con i propri mezzi per recarsi al lavoro e che questa scelta “ecologica radicale” li sta spingendo rapidamente verso una sorta di crociata tra “ricchi e poveri”.

Al freddo, al gelo dell’alba, alle intemperie di un freddo inverno che anticipa il suo corso, questa gente di provincia aspetta una concreta risposta al perchè devono pagare così tanto per continuare a lavorare con onestà.  E mentre ti ritirano il biglietto del pedaggio autostradale, ti chiedono: “Ditelo in Italia chi siamo noi veramente. Farete così anche voi, vero?”. E poi alzano le barre dei caselli, per non farti pagare il pedaggio: “tanto è Macron che paga”, ironizzano.

Non è solo questione di gasolio, Monsieur Macron!

(foto Maria Cristina Serra)

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