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Regeni, almeno 20 persone coinvolte in omicidio. Scorta mediatica continua a chiedere verità e giustizia

 

L’iscrizione nel registro degli indagati di cinque funzionari della Sicurezza nazionale egiziana, annunciata dalla Procura di Roma, è “un passo importante” ma non sufficiente per la famiglia di Giulio Regeni, il ricercatore italiano torturato e ucciso in Egitto
nel gennaio del 2016.  La battaglia per chiedere verità e giustizia è dunque più importante che mai e il supporto della scorta mediatica fondamentale, come ha ribadito il presidente della Federazione nazionale della stampa Beppe Giulietti durante la conferenza stampa che si è svolta nella sede della Fnsi.
Nel corso dell’incontro con i giornalisti sono stati resi noti i nomi di 20 tra generali e colonnelli coinvolti nel caso ma almeno 40 persone erano a conoscenza dei fatti.
Ufficiali e funzionari che oggi “devono avere paura”, perché “la prossima volta che salgono su un aereo potrebbero essere arrestati”: per loro sarebbe meglio “parlare per primi invece che per ultimi”, è il messaggio lanciato dall’avvocato Alessandra Ballerini, legale della famiglia Regeni.
La cerchia di chi sapeva si estende fino al presidente egiziano Abdel Fatah al Sisi. Non poteva non sapere.
Paola e Claudio Regeni, nonostante provati dai tre anni di battaglia per ottenere verità e giustizia per il figlio, hanno mostrato ancora una volta la loro determinazione ad andare fino in fondo “non solo per Giulio, ma per tutti quelli che hanno vissuto e vivono storie simili”.
“Le nostre indagini, condotte con le unghie e con i denti, ci hanno portato ad almeno 20 nomi. Quasi tutti della Sicurezza nazionale, principalmente generali e colonnelli”, ha sottolineato l’avvocato Ballerini.
Alla conferenza stampa era presenti anche il segretario dell’Ordine dei giornalisti, Guido D’Ubaldo, Luigi Manconi e il consulente egiziano Ahmed Abdallah, attivista della Commissione per i diritti e le libertà, definito dalla famiglia “un eroe”.
“Abbiamo nomi e cognomi – ha proseguito l’avvocato – ma anche numeri di telefono. Vorremmo che fossero loro a non sentirsi sicuri, per una volta. Vorremmo che sapessero che il tempo non ci ha fatto dimenticare, ci ha reso anzi più numerosi, più arrabbiati e più forti”.
Il legale ha fornito una minuziosa ricostruzione degli eventi che hanno portato all’uccisione di Giulio Regeni, a partire
dalla figura di Mohamed Abdallah, il rappresentante del sindacato degli ambulanti che tradisce il giovane
ricercatore italiano.
Giulio era arrivato ad Abdallah per canali istituzionali. Non era uno sprovveduto.
“Giulio non poteva sapere che Abdallah era un informatore dei servizi – ha poi aggiunto Ballerini – e che lo avrebbe denunciato a un colonnello di nome Ather Kamal. Quest’ultimo, insieme ad altri tre ufficiali identificati come Sabir Tarek, Usham Helmy e Magdi Sharif (i quattro, secondo alcune fonti, sarebbero tutti indagati dalla Procura di Roma), fu colui che ordino di provocare Giulio e intercettarlo mentre parlava per avere la certezza che fosse una spia”.
“Dunque –  è stata la conclusione del legale dei Regeni – l’allora ministro dell’Interno dell’Egitto Magdy Abdel Ghaffar ha mentito affermando che Regeni non fosse mai stato ‘attenzionato’ dalle autorità egiziane”.
Secondo la ricostruzione della famiglia Regeni, un altro gruppo di ufficiali, tutti del dipartimento della Sicurezza nazionale, che si occupa del depistaggio “più sanguinoso”, ovvero dell’uccisione nel marzo del 2016 di cinque criminali comuni successivamente
accusati di essere i sequestratori del giovane italiano.
“L’operazione è stata opera di cialtroni, perché il tutto accade davanti a molti testimoni” ha osservato la Ballerini. “Il
colonnello Helmy si premura di correre a casa di uno dei cinque ed estrarre dalla sua tasca i documenti di Giulio,
affermando di averli trovati li’. E’ chiaro che se questa persona ha in mano il documento, è in qualche modo
coinvolta”.
Un altro nome fatto dal legale della famiglia Regeni è quello di “Najem Mahmoud, un agente in diretto contatto con il coinquilino di Giulio”.
Tra i due vi sono continui contatti nei giorni della scomparsa del ricercatore italiano e anche dopo il ritrovamento del corpo.
Ma a mentire in questa storia sono tante altre persone, anche il medico legale che effettua per primo l’autopsia sul corpo di Giulio e indica in un ematoma cerebrale la causa della morte, circostanza funzionale alla versione secondo cui il giovane sarebbe morto in un incidente stradale.
“Giulio viene torturato per otto-nove giorni e notti”, ricorda la Ballerini che prosegue: “Mentono anche una serie di
personaggi che ruotano intorno alla vicenda, come coloro che trovano il corpo o come una persona che s’inventa di aver
visto Giulio in una rissa con una maglia rosa”.
Un altro personaggio implicato nella vicenda è Tareq Sabir, che dopo il clamore provocato dalla notizia della morte di Regeni fa sapere di aver ricevuto una nota dal maggiore Sharif Mahdi secondo la quale “la presenza del ricercatore in Egitto non rappresenta un pericolo per la sicurezza nazionale”.
Durante la conferenza stampa l’avvocato Ballerini ha anche osservato come la notizia dell’iscrizione di cinque funzionari della Sicurezza nazionale egiziana nel registro degli indagati sia stata accolta nel silenzio in Egitto.
“I media non hanno riportato la notizia per 48 ore, un sito è stato costretto a toglierla”, ha spiegato elogiando l’importanza della presa di posizione del presidente della Camera Roberto Fico, il quale ha annunciato la scorsa settimana la rottura dei rapporti diplomatici tra i parlamenti dei due paesi.
Le indagini, ora, devono andare avanti e bisogna sostenere la Procura di Roma nella sua fondamentale azione.
È la ferma convinzione di tutti.
Anche perché , secondo la famiglia, potrebbero esistere video delle torture a Giulio Regeni.
“Abbiamo capito che gli agenti egiziani quando torturano si filmano, lo fanno anche per loro garanzia” ha spiegato la Ballerini che ha rivelato anche un ulteriore dettaglio. “Questi signori del male pregano subito dopo o prima di torturare qualcuno. La cosa mi ha colpito ed è per questo che ho chiesto a un amico imam qual è il precetto fondamentale per risvegliare le coscienze di queste persone. La risposta è stata: ‘Sii dunque retto come ti è stato ordinato. Non prevaricare, perché Egli osserva quello che fai. Non avrai alcun alleato contro Allah, e non sarai soccorso'”.

E forse proprio su quest’ultimo precetto potrebbe essere di aiuto all’azione di chi continua a impegnarsi nel sostenere la battaglia di verità e giustizia per Giulio. Sentendo il fiato sul collo, anche grazie alla scorta mediatica che coinvolge tutti noi di Articolo 21, il timore della giustizia divina, prima ancora di quella umana, potrebbero cedere e confessare le loro colpe.

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