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La guerra nella rete, ma che freddo fa

 

La guerra fredda, spesso contigua a quella calda, si svolge nella rete. E’ il cosiddetto cyber conflitto, di cui si ha evidenza pressoché quotidianamente. Mail violate, hacker più veloci della luce, sistemi di difesa friabili di fronte alla guerriglia digitale. La posta in gioco riguarda tanto il controllo dei milioni di dati che corrono nel villaggio globale, quanto –persino- la nuova geopolitica del mondo. Gli Over The Top sono potenze finanziarie ben superiori ai bilanci di paesi come la Gran Bretagna o la Germania, ancorché il Nasdaq non vada al meglio in questo periodo.

Ma il caso clamoroso è rappresentato da Facebook. Dopo lo scandalo di Cambridge Analytica e le vicende inerenti alla scarsa capacità della compagnia di Zuckerberg di individuare rapidamente i contenuti illegali o eversivi, l’oligarca persevera nel male. “The New York Times” sta  conducendo una vera e propria campagna: un atto di accusa che a questo punto le autorità internazionali, a partire dalle Nazioni Unite, non possono eludere. L’inchiesta del famoso quotidiano (che, nella versione cartacea, si trova più facilmente a Roma che a Manhattan) parla esplicitamente dell’implicazione negli scandali inerenti al condizionamento dell’ultimo voto presidenziale, nonché dell’attività calunniosa verso concorrenti ed avversari. Ed è un po’ risibile il tentativo del Re Social e della sua vice Sheryl Sandberg di proporre forme di autoregolamentazione con una commissione di esperti chiamati a giudicare i casi controversi. Gli stessi azionisti sono in rivolta e chiedono la testa di Zuckerberg. E gli attivisti vorrebbero un intervento della Federal Trade Commission sul delicato capitolo della privacy.

Gli articoli del NY sono lo specchio di una crisi di credibilità che sta investendo i moderni tycoon, ancor più incontrollabili degli sgualciti giganti dell’età analogica. “Eroi” contro “Supereroi”.

Algoritmi non trasparenti, continui colpi sotto la cintura, manipolazione sofisticata di un’opinione pubblica testata sulla base dei profili e del diluvio di informazione che i navigatori “schiavi felici” offrono gratuitamente ai loro becchini: è l’Inferno digitale che non sarebbe dispiaciuto a Dante Alighieri per perfezionare i suoi magnifici canti.

Che fare? 2,2 miliardi di persone appartengono allo Stato sovranazionale con capitale nelle nuvole che fu invitato qualche mese fa a Taormina al tavolo dei governi durante il turno di presidenza italiana. Anche qui c’è una bizzarra continuità tra le compagini precedenti e le aperture esplicite dell’attuale vice-premier Di Maio.

Se non si prende rapidamente contezza che l’età dell’innocenza della rete è conclusa, come ha detto il medesimo creatore del Web Tim Berners-Lee, si avrà un effetto di n volte superiore a quello già assai antidemocratico della concentrazione dell’epoca televisiva. Di cui la rete sta prendendo i difetti, senza neppure avere il pregio degli antenati: agenti della cultura di massa e pilastri dell’industria culturale.

Quale può essere l’antidoto? Uno sprazzo di utopia è necessario per immaginare i passaggi intermedi concreti. Quando un gruppo raggiunge un simile ordine di grandezza non è giusto che sia appannaggio esclusivo della proprietà privata. Insomma, Zuckerberg deve cedere alla mano pubblica una quota significativa della società. Il diritto internazionale con annessi e connessi contiene gli ingredienti utili per affrontare un caso inedito, ma prefigurante. Un’Autorità mondiale (con omologo europeo) legata all’Onu, che superi e integri la pur interessante attività dell’Internet Governance Forum (IGF), è proprio all’ordine del giorno.

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