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Riace con Velletri. Due destini incrociati

 

“Cosa c’entra Riace con Velletri?”, si chiede il consigliere di Casapound Felci della cittadina dei Castelli romani, commentando la presentazione di una mozione per concedere la cittadinanza onoraria a Mimmo Lucano. Caro Paolo Felci, prenditi qualche minuto per leggere una storia che è bene conoscere e tenere a mente.

C’è un filo che lega le due città, in realtà. Una sorta di destino incrociato.

Ad appena 20 chilometri da Riace c’è Guardavalle, città arroccata sulla zona ionica. E’ il cuore della cosca di ‘ndrangheta dei Gallace. Potente, specializzata in grandi traffici di cocaina, al centro delle principali inchieste delle direzioni distrettuali antimafia di Milano, Roma e Catanzaro. Quel territorio – a pochi chilometri dalla città dell’accoglienza, dal sogno di Mimmo Lucano – è l’antitesi di Riace. Raccontano le tantissime indagini sulla cosca Gallace, condotte soprattutto dal Ros, che in quella zona della Ionica non si muoveva foglia senza l’assenso di Vincenzo, capo clan oggi in carcere con una condanna all’ergastolo. Mimmo Lucano, in quel sogno folle, ha proposto la migliore risposta al male antico della Calabria. I suoi nemici erano – e sono – prima di tutto i mammasantissima.

Dunque continuerai a chiederti: “Ma cosa c’entra Velletri?”.

Guardavalle ha un doppio, una città speculare. E’ Nettuno. A venti chilometri da Velletri. E’ il centro dell’unica Locale di ‘ndrangheta del Lazio, la cui esistenza è certificata da diverse sentenze. Ed è il secondo regno proprio di quei Gallace che vivono accanto a Riace. Da Nettuno partivano le grandi partite di cocaina (un collaboratore di giustizia ha parlato di un carico che da solo faceva 400 chili) che hanno invaso il sud del Lazio, Velletri compresa. Gli atti delle due indagini del Ros e della Dda di Roma sulla cosca Gallace di Nettuno citano decine di volte i viaggi dei muli veliterni che andavano a rifornirsi dai calabresi della Locale del litorale ad appena 20 chilometri di distanza. I Gallace – nemici di Lucano e del suo sogno – sono stati processati per ben due volte al tribunale di Velletri. Un processo lunghissimo, durato – pensa un po’ Paolo – dieci anni. Per tantissimo tempo, per decine di udienze, da cronista ho seguito quel processo. Ho visto in volto i nemici di Mimmo Lucano, li ho ascoltati mentre si rivolgevano verso di me dicendo: “Ecco il pezzo di m… che scrive su di noi”.

Sulla porta di una casa di Riace ci sono i fori dei proiettili. Quella terra è dura, scura, pesante. Per questo tanti, italianissimi abitanti l’hanno abbandonata. Da anni sta risorgendo. Lentamente, perché la speranza e l’umanità hanno bisogno di tempo, di riflessione e, se vuoi, anche di errori, di passi falsi. Ricordo che i miei maestri di alpinismo mi spiegavano che non devi mai concentrarti sul singolo metro che percorri, ma devi guardare la vetta, la meta, l’orizzonte. I nemici di Mimmo, i capi cosca che lo hanno sempre combattuto, sono anche i miei nemici. Li abbiamo qui, a venti chilometri. Hanno devastato intere generazioni nella nostra città, hanno contaminato l’economia, a volte la politica (Nettuno è l’unica città del Lazio sciolta per mafia).

Per me è un onore avere Mimmo al nostro fianco.

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