Costruire una solida memoria storica dei mali causati dall’odio umano per non dimenticare neanche “Le verità balcaniche” (Andrea Foffano, Kimerik 2018)

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Una sanguinosa guerra civile, combattuta ancora una volta in nome della razza e della religione, ha originato l’ennesimo massacro. Una spaventosa pulizia etnica consumatasi nei primi anni Novanta a pochi chilometri dal nostro Paese e di cui ancora troppo poco si conosce. Della verità, di quanto realmente accaduto in quei luoghi martoriati dalle armi certo, ma soprattutto dall’odio umano.

C’è la concreta necessità di scoprire, di capire e di ricordare quanto accaduto, perché «la memoria di cosa l’odio umano abbia portato a fare non vada perduta» ma insegni a noi e alle generazioni future che «la guerra porta solo alla morte, la violenza porta solo ad altra violenza». Non esistono mai davvero “buoni motivi” per dichiarare o combattere una guerra, solo giustificazioni ad atteggiamenti violenti, aggressivi e criminali.

Un libro, Le verità balcaniche di Andrea Foffano, che si presenta un po’ ostico nella parte iniziale e molto più agevole in quella finale. Ciò non è dovuto di certo a un errore bensì al tema stesso della narrazione. All’introduzione storica, lunga e dettagliata, assolutamente necessaria per rendere al meglio l’idea di quanto in realtà complessa era ed è tuttora la situazione geopolitica, sociale, civile e religiosa nei territori una volta noti come Jugoslavia.

Luoghi che divennero il macabro scenario della sanguinosa e sanguinaria guerra civile che si sviluppò nei Balcani agli inizi degli anni Novanta. Una lotta intestina pregna di «terribili massacri, spaventosi omicidi di massa e spettrali leader politico-militari», i quali si susseguirono via via «sul palco di questa atroce tragedia». Ma coloro che compirono le peggiori malefatte «furono il medico, l’imprenditore o il maestro di musica». Persone comuni che, allo scoppio del conflitto, «dopo aver indossato una divisa paramilitare, si auto-proclamarono giudici e carnefici».

Accanto alle formazioni militari ufficiali operarono molte altre milizie ufficiose, «veri e propri gruppi paramilitari organizzati che, spesso e volentieri, si resero responsabili dei peggiori e più abbietti massacri in danno della popolazione civile bosniaca». Erano truppe fedeli al regime, votate alla causa nazionalista e preparate militarmente ma non erano parte integrante dell’esercito regolare. Ciò significa che l’amministrazione politica o militare se da una parte «poteva impiegarle come meglio credeva, dall’altra avrebbe potuto comunque prenderne le distanze sul piano mediatico internazionale».

I sentimenti di odio etnico e religioso, sorti tra i vari gruppi sociali che popolano ancora la Bosnia, hanno origini antichissime. Problemi cui non è stato trovato rimedio neanche con la soluzione politica «cercata e ottenuta a tavolino sotto la luce dei riflettori mediatici internazionali». E così, agendo offuscati dall’odio etnico e religioso, si è scelto di impiegare «la pulizia etnica come arma di guerra». In una società, quella bosniaca, in cui i figli prendono l’etnia del padre e non della madre, «lo stupro sistemico divenne l’arma attraverso la quale i soldati potevano ottenere la completa eradicazione della popolazione avversaria».

Gli eserciti serbo-bosniaci e bosniaco-musulmano «non erano formati da persone venute da chissà quale parte del mondo». I soldati che li componevano, fino a qualche mese prima, «erano stati buoni vicini di casa». Questo particolare, tanto terribile quanto realistico, «ricorda vagamente quanto accadde, secondo circostanze e schemi assai diversi, nella Germania nazista degli anni trenta».

Aldilà delle azioni legali di contrasto al fenomeno, «quello che è sempre mancato nel corso degli anni è il sostegno alle popolazioni» ferite dalla crudeltà e dall’odio dell’uomo, «mutilate dell’intima speranza che, ciò che è successo, non possa riaccadere mai più».

Anche lo stesso scritto di Foffano si chiude con un desiderio, la speranza che un giorno «gli storici contestualizzeranno una valutazione obiettiva di tutti questi nefasti eventi». Sino a quel momento, avverte l’autore, «chiunque voglia ardire alla ricerca e all’interpretazione oggettiva dei dati storici inerenti al conflitto, non prescinda dalla volontà di scoprire cosa si nasconda dietro questa intricata tela». Un grosso ausilio gli verrà proprio dall’analisi dei ruoli celati, «svolti dai servizi segreti di molte nazioni durante tutto l’arco della guerra».


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