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Con i migranti per fermare le barbarie, in migliaia in piazza in tutta Italia

 

Ieri, 27 ottobre, in molte piazze italiane si sono svolte le
manifestazioni “con i migranti per fermare la barbarie”. È giunto il
tempo, come hanno affermato le molte associazioni che hanno promosso e
realizzato l’iniziativa, di compiere un primo e grande passo contro
razzismo e xenofobia. Un primo passo che va nella direzione di
riconoscere i primi effetti – negativi – del decreto legge su
immigrazione e sicurezza. Sempre ieri, alcuni quotidiani hanno
riportato la notizia, di posti liberi, a Parma, negli Sprar che, per
effetto del decreto Salvini, non possono essere utilizzati da persone,
in possesso della protezione umanitaria prima dell’entrata in vigore
del dl e ora non più valida.
In tutte le piazze gli appelli per fermare il clima di discriminazione
e di odio nei confronti di migranti, richiedenti asilo e rifugiati, si
sono alternati con testimonianze e racconti di chi vive e lavora in
Italia da anni, di chi ha avviato delle attività dopo l’ottenimento
della protezione, di chi ha scelto di restare per un tempo limitato in
Italia per poi rientrare nel proprio paese.
Di tutto ciò nel racconto mediatico mainstream (quello che
contribuisce a formare l’opinione delle persone) c’è poca o alcuna
traccia.
Al punto che è sempre si accentua in modo sempre più signficativo la
discrasia tra il racconto mediale di migranti e rifugiati e la loro
presenza, reale, sul territorio.
Nelle stesse ore in cui si svolgevano le manifestazioni nelle piazze
italiane, le prime pagine dei quotidiani, i telegiornali e alcuni
contenitori televisivi davano ampio spazio alla tragica fine di
Desirée, la ragazza di 16 anni crudelmente uccisa a Roma da criminali.
Appunto criminali, spacciatori, ai margini della società, stranieri.
Il racconto dell’orrore di quanto avvenuto a Roma fa venire alla mente
un romanzo scritto quarant’anni fa da Truman Capote, scrittore
americano che ricostruisce lo sterminio brutale di una famiglia da
parte di due uomini. Negli Stati Uniti degli anni sessanta, Capote
intervista i protagonisti del tragico omicidio e ne riporta la
testimonianza “Se mi dispiace? Se è questo che intendi, no. Non provo
nulla. Vorrei il contrario. Ma non c’è niente che mi angusti in questo
episodio.  Mezz’ora dopo l’episodio Dick ci scherzava sopra e io
ridevo. Forse siamo disumani”. Chi ha commesso il crimine di Desirée è
disumano ancor prima che straniero, come lo erano gli assassini –
americani – di una famiglia americana negli anni sessanta.
Stabilire una connessione tra il crimine e la provenienza di chi
commette un crimine, vuol dire agganciare la disumanità al colore
della pelle, a una condizione giuridica, a un essere “diverso”.  Ed è
un’operazione di propaganda che va appunto nella direzione della
barbarie e della discriminazione. Restituire la correttezza
dell’informazione vuol dire parlare di marginalità, di condizioni di
degrado, di responsabilità individuali (che saranno accertate e
punite) ma non di paese di provenienza.

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