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Leggi razziali. Il documentario lucido e toccante degli studenti del liceo Petrarca di Trieste

 

«Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario» diceva Primo Levi, perché — sono sempre parole sue — tutti coloro che dimenticano il loro passato, sono condannati a riviverlo. È per questo che gli studenti e le studentesse del liceo Petrarca di Trieste hanno realizzato “1938 Vita amara”, un documentario lucido e toccante frutto di un progetto di alternanza scuola-lavoro che si proponeva di fare luce su quanto accaduto in Italia nel settembre di 80 anni fa, quando in seguito alla promulgazione di quelle leggi che vengono definite razziali ma in realtà erano semplicemente razziste un certo numero di ebrei italiani hanno improvvisamente smesso di essere italiani e sono diventati soltanto ebrei. I ragazzi, sostenuti oltre che dai loro docenti anche dalle competenze di un ente di ricerca come l’Università, hanno dato voce ai testimoni e raccontato ciò che è avvenuto nella loro scuola nei giorni in cui Trieste accoglieva Mussolini e non certo di malavoglia: più di settanta tra allievi e docenti furono espulsi dall’istituto, inaugurando una delle ore più buie del nostro Paese. Il razzismo, che non rappresentava una novità e altro non era che l’altro nome del fascismo, come ha ricordato lo storico Roberto Spazzali durante la cerimonia ufficiale di commemorazione del vergognoso anniversario, era salito in cattedra: ottant’anni dopo i ragazzi l’hanno riconosciuto, hanno scelto di chiamare le cose con il loro nome e di chiamare in questo modo — Razzismo in cattedra appunto — la mostra correlata al documentario. Ma a qualcuno non è piaciuto: la memoria è impegnativa e farci i conti non sempre è un’operazione indolore. Soprattutto per chi come l’attuale Amministrazione comunale ha già scelto di non sostenere più il Treno della memoria e di mettere all’ordine del giorno del dibattito l’ipotesi d’intitolare una via ad Almirante.

La città, ora come allora, deve scegliere da che parte stare: se con gli studenti del Petrarca, che nel raccontare di vite stuprate, di diritti calpestati, di umanità negata hanno voluto onorare la verità e rendere omaggio innanzitutto ai mille ebrei deportati da Trieste, di cui solo trenta fecero ritorno, o se con chi continua ad alimentare la paura del “diverso” e a cercare nemici per farci credere che i pericoli sono tutti esterni.

L’indignazione seguita alla richiesta della Giunta Dipiazza di modificare il titolo della mostra e la coda di cittadini che il 18 settembre hanno partecipato alla proiezione del documentario dell’Istituto Luce su quanto accaduto in piazza Unità nel 1938 farebbero sperare in un almeno parziale risveglio di tante coscienze assopite, ma lo sapremo davvero soltanto alla prima occasione in cui la nostra capacità di accoglienza e di rispetto di ogni essere umano sarà messa alla prova. E le occasioni certamente non mancheranno. Il sindaco e il suo esecutivo, invece, una prima occasione ce l’avranno nel non porre condizioni alla realizzazione, e alla realizzazione in uno spazio pubblico, di questa testimonianza di verità raccolta dagli studenti del Petrarca; un’altra nel come sapranno farsi parte attiva per impedire che il prossimo 3 novembre i neofascisti di Casa Pound manifestino a Trieste e in particolare in piazza Unità. Perché il fascismo è la negazione dei diritti umani e non c’è spazio per questo nella nostra Costituzione e nel nostro Paese.

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