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“Sotto una stella crudele”  di Heda Margolius Kováli

 

Ci si domanda come si possa sopravvivere a tanto orrore, a tante privazioni, a tanta sofferenza, a lutti, torture, ingiustizie, violenze fisiche e psicologiche. E una volta superata la prova tanto impervia, come si riesca a credere ancora nella vita e negli uomini, e in un Dio al quale rivolgersi per trovare la forza di tirare avanti preservando i propri ideali scempiati e malconci.

Se la vita è sogno come intuì Calderon de la Barca, oppure se si scoprisse che la vicenda dell’intero genere umano non sia null’altro che il sogno (a volte davvero inquietante) degli dei, come altri sostengono,   si comprende forse meglio perché Franz Kafka sia nato a Praga, la città al centro di questa narrazione che compare presso l’Editore Adelphi con un titolo da stringere il cuore: SOTTO UNA STELLA CRUDELE – Una vita a Praga 1941-1968; autrice Heda Margolius Kováli (1919-2010), intellettuale ebrea discesa in tutti i gironi dell’inferno.

“Sembra incredibile che in Cecoslovacchia, dopo il colpo di stato comunista del 1948, la gente venisse di nuovo picchiata e torturata dalla polizia, che esistessero campi di prigionia di cui non eravamo a conoscenza; e se qualcuno ci avesse raccontato la verità, ci saremmo rifiutati di credergli. Quando quei fatti venivano discussi nei programmi radiofonici stranieri, su Radio Free Europe o sulla BBC, la consideravamo un’ulteriore prova che gli «imperialisti» mentivano su di noi. Solo l’impatto con il terrore staliniano degli anni Cinquanta ci avrebbe aperto gli occhi”.

E questa è vita vissuta, capace di superare ogni più nera fantasia, ma anche superba letteratura grazie alla capacità della scrittrice di riferire fatti atroci con il piglio e il magnetismo di un romanzo:

“Adolf Hitler e Iosif Vissarionovič Stalin hanno reso la mia vita un microcosmo in cui si è condensata la storia di una piccola nazione nel cuore dell’Europa.”

Se le prime pagine del libro raccontano la fuga mirabolante, disperata, dai campi di sterminio e l’anabasi verso la salvezza, ancora peggiore si presenta il ritorno in patria:

“Non osavo immaginare cosa avrei fatto una volta arrivata a Praga, non sapevo neppure se ci sarei arrivata. Ma la mia vita non era più spezzata in due: d’un tratto c’era una continuità. Non ero più la prigioniera di un campo, una vittima destinata alla morte, bensì un essere umano, una donna con un passato e un futuro”.

A Praga la protagonista trova una città fantasma:  “Era il sesto anno dell’occupazione tedesca. Migliaia di persone errano state trucidate, interi villaggi spazzati via perché avevano aiutato la Resistenza o nascosti prigionieri evasi”. Gli ebrei sono stati falcidiati: “Quasi tutti i miei amici e parenti erano ancora nei campi di concentramento e io non avrei saputo a chi rivolgermi.” Heda fugge da un quartiere all’altro, da una tana all’altra per rendersi invisibile, mentre la febbre la divora: la sua casa è stata occupata da sconosciuti, i vecchi amici hanno paura di aiutarla, non trova ricetto: la tentazione irresistibile è di farla finita, di affogarsi nella Moldava.

Poi qualche porta si apre: “La guerra finì come finisce una galleria”. I praghesi disseppelliscono le armi, insorgono contro i tedeschi: “Si misero a scavare in cantina, sotto mucchi di concime, in giardino, in mezzo alle aiuole fiorite, squarciarono i materassi e i divani della nonna, divelsero le assi dei pavimenti, scoperchiarono le tombe dei cimiteri, e le armi rimaste nascoste per anni vennero tirate fuori a velocità miracolosa”. La salvezza porta le insegne dell’esercito sovietico; la gente si riversa nelle strade  ad applaudire, ad accogliere, ad abbracciare i liberatori, invitandoli a casa, offrendo loro le cose migliori che aveva. “Belle ragazze coprivano di fiori i carri armati e si arrampicavano sui camion blindati. I russi ridevano bonariamente e tiravano fuori le fisarmoniche. Il mondo era pieno di profumi, di musica e di gioia.”

Si riaccendono i colori della vita: “La primavera del 1945 era così bella, Praga nello splendore dei suoi giardini così radiosa, che diventammo ciechi di fronte alle ombre minacciose, ai segni premonitori di un  futuro incerto”.  Infatti sordo, minaccioso, cova con toni  non troppo diversi l’odio verso l’ebreo: “E’ impossibile sterminarli tutti, non c’è riuscito neanche Hitler”. Queste parole vengono pronunciate per strada mentre Heda si è messa disperatamente alla ricerca dei suoi, di suo padre deportato. La aiuta Rudolf Margolius scappato da Dachau, l’uomo che tanti anni prima l’aveva prescelta come sposa, sebbene fosse ancora una bambina, promettendole di aspettarla: “L’uomo migliore del mondo, il mio uomo, l’uomo col quale avrei trascorso il resto della mia vita”.

Ma già due mesi dopo la liberazione gli applausi e gli abbracci erano finiti: “Mentre il male cresce per conto suo, il bene si può ottenere solo con una dura lotta e mantenere solo con uno sforzo infaticabile”.  I maneggioni, i venduti, i burocrati, gli speculatori, gli ottusi, gli imbecilli, le spie riprendono il sopravvento: la «via nazionale al socialismo» era alla base del pensiero comune, ma l’iscrizione al Partito Comunista era richiesta come l’appartenenza a un ordine religioso: “Detestavo l’adulazione isterica di Stalin, le frasi altisonanti della retorica politica e il tintinnio delle medaglie e delle decorazioni militari che coprivano le voluminose pance degli ufficiali sovietici”.

Heda trova lavoro come grafica in una piccola casa editrice, sposa Rudolf, nasce il figlio Ivan. Nel 1948 avviene il colpo di stato comunista. A Rudolf viene offerto il posto di capo di gabinetto del ministero del commercio estero. Lei non vede di buon occhio quel coinvolgimento; lui sostiene che non è lecito tirarsi indietro se si può rendere un servizio alla causa, alla patria. Non si può restare sempre a guardare!

Heda si trova suo malgrado immersa nell’alone del potere: gli onori, una casa più grande e confortevole, i ricevimenti: “I tavoli scricchiolavano sotto il peso di rare prelibatezze”. Intanto i confini erano stati chiusi, non era più permesso lasciare il Paese. Viene avviata la nazionalizzazione delle imprese: “Nessuno all’epoca poteva immaginare i danni che il rozzo e spietato processo di collettivizzazione avrebbe provocato alla nostra agricoltura”.

Rudolf si tuffa nel lavoro con entusiasmo, “la sua missione era sviluppare i rapporti commerciali con l’Occidente, ed era iniziata sotto i  migliori auspici”.

Ma presto iniziano i processi dei tribunali del popolo, gli arresti, le sentenze arbitrarie. Margolius, uomo onesto e preparato, avanza in carriera, diventa vice ministro in un sistema il cui modello era ormai quello dell’Unione Sovietica. Qualche vecchio amico esorta Heda, in segreto, a convincere il marito a lasciare il suo lavoro finché è in tempo: “Se resta lì è fregato!”  Sono i giorni della Guerra Fredda: “Era calata la Cortina di Ferro, tagliandoci fiori dal resto del mondo”.

La crisi degli alloggi divenne disperata. Davanti ai negozi c’erano code infinite; mancavano quasi tutti i generi di prima necessità: “Solo allora alcuni cominciarono a capire che eravamo sì vittime di un complotto, ma non organizzato dall’Occidente.”  L’opinione pubblica attribuiva il costante declino della qualità della vita dopo il Colpo di Stato all’incompetenza dei leader, uomini nominati per le loro origini proletarie e spesso privi di esperienza e qualifiche professionali.

“Nel 1951 persino l’ottimismo di Rudolf era ormai scomparso, sostituito da un’autopunitiva dedizione al lavoro: «Se tutte le persone perbene se ne andassero ora, le cose peggiorerebbero ancora di più.»” Cresce la tensione coniugale: “Per la prima volta da quando vivevamo insieme – scrive Heda in un tenerissimo inciso – andammo a letto senza fare pace”.

Presto la situazione precipita, all’improvviso Margolius viene arrestato: “Mi trovai ad accettare l’orrore e la sciagura, come se un vecchio compagno fosse tornato al mio fianco… Il mondo si inclinò e io mi sentii cadere giù legata mani e piedi… in uno spazio senza fondo”

Si moltiplicano le perquisizioni, le confische, inizia la via crucis negli uffici, ma anche coloro che erano una volta i suoi amici si fanno sistematicamente negare. Di Rudolf nessuna notizia: “L’arresto era stato organizzato come la scena culminante di un film di spionaggio. Tutta la strada era stata illuminata dai fari delle macchine della polizia…”

Solo dopo due settimane dall’arresto, Heda riceve da Rudolf una lettera piena soltanto di generiche rassicurazioni. Una lettera sotto dettatura. “I mesi successivi furono una giostra impazzita”.

Heda viene licenziata dal suo posto, e via via le viene negato ogni lavoro, anche il più umiliante per la pura sopravvivenza sua e di suo figlio. Qualcuno la informa che il processo a suo marito è contrassegnato con la lettera S di Slánsky, il caso Slánsky, l’ebreo divenuto nel 1948 Segretario Generale del PCC, il secondo uomo più potente del Paese.

“50.000 abitanti della nostra piccola nazione erano finiti in carcere e ogni giorno ne sparivano sempre di più”.

“Continuavo a non sapere dove si trovasse Rudolf”.

Costretta a lavorare al gelo in un’officina, senza indumenti adeguati,  Heda si ammala seriamente, eppure perfino i medici hanno paura di curarla, se lo fanno è a loro rischio. Riesce a sopravvivere ma l’organismo è logorato e l’inizio del processo a Rudolf  le toglie anche le ultime forze. Il marito, come gli altri  imputati, ha rilasciato una confessione, estorta, in cui ammette tutte le colpe che gli vengono addebitate: “Come erano riusciti a fargli calunniare i suoi genitori, assassinati ad Auschwitz?” Alla fine arrivano, scandite dalla radio, le sentenze: «Nel processo per il Complotto Antistatale Rudolf Slansky, pena di morte». E insieme a lui tutti gli altri “responsabili”, compreso Rudolf Margolius.

Seguono settimane di angoscia e di terrore. Quasi portata a braccia, Heda si trascina per incontrare in carcere il marito che lei sa, che tutti gli amici sanno, essere perfettamente innocente. Marito e moglie riescono a sfiorarsi le dita attraverso la rete metallica che li separa, lui le dice: “Voglio che cambi nome a nostro figlio. Non deve soffrire a causa mia.”

“Rimasi attaccata alla rete, e uno degli agenti si chinò a sostenermi prima che cadessi”.

Due anni dopo, senza aver ricevuto più notizie nonostante il calvario interminabile tra un ufficio e l’altro, in data 3 dicembre 1952 riceve il certificato di morte: “Asfissia per impiccagione”.

Ciò che segue sono i giorni e gli anni della disumanità. La donna è sottoposta ad azioni sistematiche per annientarne il corpo e l’anima, privata di ogni risorsa, di ogni occupazione anche miserabile che le consenta di restare in vita, costretta a una esistenza di indescrivibili privazioni che la scrittrice riferisce come un incubo incessante. Poi la morte di Stalin e nel 1956  la nuova era con Nikita Kruscev: “In Cecoslovacchia i cancelli delle prigioni si aprirono silenziosamente”. Heda trova un lavoro da traduttrice: “La nostra situazione gradualmente migliorò.”

Nel 1963 viene chiamata a comparire davanti al Comitato Centrale e intraprende, mai vinta, mai arresa, la lunga, diuturna lotta per la riabilitazione di Margolius. Chiede la riapertura del processo in cui venga ristabilita l’assoluta innocenza del marito. Emergono i responsabili di crudeltà efferate, il popolo cecoslovacco rialza la testa e si ribella a tanto orrore. Si giunge così alla mitica Primavera del 1968, l’avvento dell’era di Alexander Dubcek: “Le donne lo aspettavano sulla scalinata per consegnargli una fetta di torta casalinga o un mazzo di fiori”. Ma il bel sogno è dissolto dalla invasione dei carri armati russi che soffocano nel sangue quell’anelito di giustizia: “Quattordici milioni di persone cercavano di difendere la loro libertà a mani nude”.

Heda e il figlio, costretti a nuove fughe affannose, riescono appena in tempo a espatriare, a riparare in Inghilterra e quindi in America. A salvare la pelle. Heda Margolius Kováli – e ne può ammirare in copertina la bellezza di donna, con il figlio alla mano – è riuscita a sopravvivere io credo solo per consegnarci la sua vicenda, passarci la sua staffetta. Spetta a noi stringere in pugno quel rovente testimone, senza più abbandonarlo, se crediamo ancora nell’uomo, alla sua dignità, alla sua libertà al di sopra di ogni più chimerica ideologia.

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