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Disabili come gli altri: perché serve la marcia del 15 luglio

 

La disabilità la capisce davvero solo chi ce l’ha addosso, e un po’ quelli che gli stanno intorno e ci vivono insieme. Il resto è discussione, statistiche, dibattito, ricerca, analisi, politica, sociologia. Odio e amore.

Ma le Nazioni Unite hanno previsto cose importanti per i disabili nella loro Costituzione e hanno varato nel 2006 una serie di norme per dare al disabile eguaglianza di diritti e inclusione sociale, norme che l’Italia ha recepito nel 2009 e che sono in vigore, troppo spesso però disattese. Per questo serve il “Disability pride”, come altre iniziative pubbliche, per dire con chiarezza che, comunque, chi governa, di qualunque colore sia, deve fare in modo che questo quadro normativo venga applicato nella pratica, che incida nella vita di tutti i giorni di chi si muove in sedia a rotelle o peggio non può spostarsi dal suo letto.

Di barriere architettoniche sentiamo parlare da decenni e fino a quando non siamo investiti in prima persona del problema pensiamo che le cose si siano risolte. Troviamo alcuni marciapiedi con gli scivoli ai lati, alcuni posto auto riservati. Negli uffici ci sono bagni per disabili, dove spesso vanno in non disabili perché sono più comodi e più puliti e non c’è mai la fila. Sembra tutto a posto. Magari!

Uno degli aspetti più eclatanti, che può sfociare anche in situazioni di involontaria comicità, è la presenza di numerose barriere negli ospedali. Si sono scordati il gradino per andare al bar. Gli ascensori sono 10, ma 5 sono piccoli, basta una carrozzina per riempirlo, e allora devi aspettarlo almeno il doppio del tempo. I bagni a livello carrozzina ci sono ma hanno le porte a richiusura rapida e sbattono prima che si riesca a far entrare una sola ruota, qualcuno ogni tanto rimane incastrato. Gli studi medici poi, nelle cliniche o privati, e gli altri studi professionali (l’invalido ha bisogno di notai, avvocati, architetti, geometri, dentisti e così via). In una città come Roma la quasi totalità si trova in edifici nei quali per arrivare all’ascensore ci sono da tre a dieci scalini e mai una pedana, neanche quelle di gomma che costano pochi euro. Rari civilissimi condomini hanno installato i montascale. Neppure gli alberghi e i ristoranti sono in regola, devi chiamare, spiegare, e capisci che le barriere ci sono eccome. Il classico è che i bagni sono sempre uno o due piani sotto, senza ascensore. Fatti salvi alcuni luoghi appositamente destinati agli invalidi o qualcuno che si è messo a norma sul serio. Minoranze che certamente non superano il 10 per cento.

Eventi come il Disability pride servono a ricordare allo stato che è il primo ad essere inadempiente a ai privati che devono mettersi in regola e che questo, oltre tutto, è un vantaggio economico. Bisogna fare controlli a tappeto su chi occupa abusivamente i posti auto riservati alle persone disabili o espone un permesso falso o scaduto. E poi rendere possibile l’accessibilità a tutti i mezzi di trasporto, tutti. Ma come fa un disabile a salire su un autobus, prendere la metro, o perfino trovare un taxi capiente e disponibile a prenderti in carrozzina? In Italia, almeno a Roma, o ha qualcuno che lo porta con auto privata o sta a casa. Nei paesi del nord Europa nel più piccolo villaggio sperduto di montagna gli autobus sono attrezzati con le pedane, i comuni forniscono apposite navette e operatori specializzati.

Si dirà che 50 anni fa i disabili non avevano proprio nulla, venivano chiusi in casa e ovviamente morivano prima. Ma se oggi è stato necessario fare una legge, peraltro imperfetta, sul “dopo di noi” vuol dire che chi gli vuole bene e chi si occupa di un disabile ha il terrore di ciò che accadrà quando lui o lei non ci saranno più.Certo si può sempre tornare a Sparta e al Monte Taigeto, e di questi tempi non è completamente improbabile! Partecipiamo al Disability pride. È meglio!

E non entro nel tema dei costi, della scarsità di supporto da parte della sanità pubblica, della quasi impossibilità di avere un medico di struttura pubblica che venga a visitarti a casa, delle speculazioni che medici senza scrupoli mettono in atto quando trovano situazioni di fragilità e di debolezza.

Come sempre in Italia tutto questo avviene accanto a situazioni meravigliose di dedizione, etica professionale, disponibilità fuori orario, rigorosa ricerca scientifica. Di eroi singoli l’Italia ne ha molti e sono loro che mandano avanti le cose, spesso soli contro tutti. Ma un paese dovrebbe avere un suo buon livello medio di supporto ai disabili (come per tutta la sanità, la scuola, i trasporti, ecc) e poi le punte di eccellenza o i casi isolati di malasanità. Noi siamo diventati un paese dove si vive malissimo non per l’immigrazione ma perché lo stato non ha più tenuto su un buon livello medio i suoi servizi, che furono negli anni ’70 il modello copiato in tutta Europa.

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