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Il Tribunale di Roma riconosce la matrice mafiosa dell’aggressione alla troupe di Nemo

 

C’è un tempo di attesa che dura pochi istanti nel momento in cui suona la campanella che annuncia l’ingresso dei giudici in aula, al termine della camera di consiglio con cui si conclude ogni processo. È un tempo breve che però viene percepito, da chi lo trascorre con la toga sulle spalle, come un intervallo estenuante. L’esito del dibattimento penale si condensa tutto in quello stralcio di minuti in cui il collegio giudicante si accinge a dare lettura della sentenza. Alle ore 17,17 del 18 giugno scorso, il tempo si è fermato ancora una volta nell’Aula A del Tribunale di Roma, fin quando la Presidente della IX sezione collegiale ha pronunciato le sue prime parole: «in nome del popolo italiano… visti gli artt. 533 e 535 c.p.p.».: la formula che, nella liturgia del rito penale, introduce il verdetto di condanna. Roberto Spada e Ruben Alvez vengono dichiarati responsabili dei reati di lesione personale e violenza privata commessi nei confronti del giornalista di “Nemo” Daniele Piervincenzi e del suo operatore Edoardo Anselmi, brutalmente picchiati il 7 novembre del 2017 su una strada del quartiere di “Nuova Ostia”, dinanzi una telecamera e di fronte a numerose persone che, col loro omertoso silenzio, si sono rese complici di quella violenza. Violenza mafiosa, anche secondo i giudici di primo grado.

Proprio come l’hanno qualificata sin dal primo momento i pubblici ministeri Ilaria Calò e Giovanni Musarò, della Direzione Distrettuale Antimafia, da sempre in prima linea nella lotta contro i clan di Ostia. E come ha sostenuto, con loro, la Federazione Nazionale della Stampa ed il Consiglio dell’Ordine dei Giornalisti, vittime dirette anch’esse di quell’attentato alla libertà di informazione e perciò costituitesi “parte civile”, significativamente al fianco della Procura di Roma in questa sfida processuale dagli esiti tutt’altro che scontati. È la prima volta che viene riconosciuta, da un tribunale della Capitale, l’aggravante del “metodo mafioso” per un reato consumato a danno di giornalisti. Le varie minacce, le campagne diffamatorie e le intimidazioni criminali perpetrate negli anni dagli uomini del clan Spada a danno della giornalista di “Repubblica” Federica Angeli, che per prima ha acceso i riflettori sulle mafie di Ostia, sono state purtroppo liquidate, sin qui, dal punto di vista giudiziario, come reati pressoché bagatellari. Forse davvero, allora, la sentenza del 18 giugno 2018 è destinata a segnare una svolta, anche nel modo di intendere e percepire la gravità delle mille pratiche di violenza, più o meno plateale, con cui le vecchie e nuove mafie provano a condizionare il lavoro dei giornalisti con la “schiena dritta” in territori di “frontiera”. Le motivazioni della sentenza che saranno depositate fra quaranta giorni varranno, molto probabilmente, ad illuminare un tracciato di evoluzione culturale, prima ancora che propriamente giurisprudenziale. È su questo sentiero che ora si torna a camminare. A testa alta e con rinnovato impegno. Nella consapevolezza di seguire, su questi passi, il percorso intrapreso da Roberto Morrione e Santo Della Volpe.

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