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Ucraina, messa in scena dell’omicidio Babchenko per salvargli la vita. Sollevati ma non è un bel giorno per l’informazione

 

Sembrava che la lista delle ‘voci scomode’ silenziate per aver criticato Vladimir Putin si fosse allungata. E invece Arkady Babchenko, giornalista e conduttore televisivo, nonché inviato di guerra per diverse testate come “Moskovskij Komsomolets” e “Novaja Gazeta, dato per morto ieri è ricomparso oggi nel corso di una conferenza stampa dei servizi segreti ucraini. Vasyl Grytsak, capo dell’intelligence di Kiev, ha spiegato che la falsa uccisione del reporter russo anti Cremlino era stata messa in scena per sventare un piano reale per il suo omicidio. Lo stesso Grytsak aveva dichiarato, poche ore dopo aver diffuso la notizia del delitto attraverso i social media, che a ordinarlo erano stati i servizi speciali russi.
Il 41enne, volto televisivo molto noto, è da tempo una spina nel fianco del governo russo sia come giornalista, con il suo operato critico, sia come oppositore con le sue ferme posizioni di principio contro l’annessione della Crimea, la guerra in Ucraina e l’intervento russo in  Siria.

Babchenko prima di diventare giornalista aveva combattuto nei conflitti  ceceni negli anni ‘90 e all’inizio del 2000, esperienza che l’aveva segnato e spinto a raccontare ciò che aveva vissuto in un libro, “La guerra di un soldato in Cecenia”, in Italia pubblicato da Mondadori.

Negli ultimi anni le sue critiche contro il Cremlino si sono fatte sempre più feroci e aveva ricevuto diverse minacce di morte in patria e viveva a Kiev da oltre un anno. I servizi ucraini, allertati da alcune intercettazioni, sono riusciti a sventare il piano  per eliminarlo.

Se la ricomparsa del giornalista è  una bella notizia non possiamo però che condividere mlo sdegno manifestato da Reporteras sans frontières che attraverso la voce del segretario generale Christophe Deloiret ha condannando la messa in scena dell’omicidio di Babchenko.

Come Rsf, Articolo 21 esprime la sua più viva indignazione nello scoprire della manipolazione compiuta dai servizi segreti ucraini. Quando uno Stato gioca con i fatti, e per di più a discapito dell’informazione, non è mai un bel segnale ed è un oltraggio per tutti quei colleghi che la vita l’hanno persa davvero. Poco più di un mese fa, il 15 aprile, a morire misteriosamente era stato un altro giornalista non gradito al Cremlino, Maksim Borodin, 32 anni, che stava indagando sulle morti di mercenari russi del cosiddetto “Wagner Group”, l’esercito privato che Mosca usava per operazioni non ufficiali in Siria.
Borodin lavorava per il sito russo Noviy Den ed era specializzato in casi di criminalità e corruzione. Le autorità locali avevano ridimensionato l’accaduto affermando che “non c’erano motivi per farne un caso” visto che l’appartamento della vittima risultava chiuso e le chiavi erano in casa.
La vicenda probabilmente finirà per essere archiviata come suicidio. Ma la caporedattrice di Borodin, Polina Rumyansteva, non crede a questa ipotesi.
Non è stata mai trovata alcuna nota o messaggio di addio e un amico del giornalista ha scritto su Facebook di aver ricevuto una sua telefonata qualche ora prima della caduta in cui raccontava che degli uomini armati con delle maschere e uniformi mimetiche erano sul suo balcone e avevano circondato l’appartamento
“Aveva bisogno di un avvocato, per questo mi aveva chiamato – ha affermato il testimone – la sua voce era tesa ma non isterica o ubriaca”.
Anche il rappresentante per la libertà dei media dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, Harlem Desir, ha evidenziato che la morte di Borodin destava serie perplessità e preoccupazioni e ha chiesto alle autorità un’investigazione completa in tempi rapidi.
In Russia dal 1992 ad oggi sono stati assassinati 59 reporter, secondo il Comitato per la protezione dei giornalisti. Solo l’intuizione dei servizi segreti ucraini ha impedito che alla lista fosse aggiunto Babchenko.
Scrivere e raccontare cosa avviene all’ombra del Cremilno è sempre più difficile e pericoloso.

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