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Salvinik

 

Che Salvini non avrebbe rinunciato alla sua parte di “duro” lo sapevamo e potevamo comunque immaginarlo. Dal Presidente Mattarella  ci aspettavamo invece che una legittima difesa delle sue prerogative costituzionali non arrivasse fino a rischiare uno scioglimento delle Camere subito dopo la formazione di una maggioranza parlamentare. Tanto più in assenza di una legge elettorale in grado di superare gli ostacoli ad una maggioranza omogenea e stabile incontrati col “rosatellum”.

Aggiungo, per quello che vale, che alla vigilia della decisione di Mattarella di rifiutarsi alla nomina di Savona, il presidente emerito della Corte Costituzionale Valerio Onida non aveva avuto dubbi nel precisare, in un’intervista a Radio Radicale, che al Capo dello Stato compete la facoltà di consigliare, suggerire, convincere, manifestare eventualmente qualche perplessità legata alla persona, ma non obiezioni definitive sulla nomina dei ministri per questioni di indirizzo politico, indirizzo che nella nostra repubblica parlamentare compete – ha inteso chiarire il costituzionalista Onida – soltanto al governo e al Parlamento.

Sta di fatto che oggi ci troviamo davanti a difficoltà non meno gravi di quelle che avremmo incontrato se le cose fossero andate per il loro verso. Il governo Cottarelli, se ci sarà, nascerà minoritario vista la dichiarazione odierna di Forza Italia che non voterebbe la fiducia (altrimenti addio al centrodestra, ha precisato Salvini). Elezioni dopo Agosto, ha detto Cottarelli. Ma anche se per qualche resipiscenza dovesse ottenere  la fiducia sarà perché il mandato prevede solo l’approvazione della legge di bilancio e una durata limitatissima, con elezioni subito dopo lo scioglimento delle Camere in una data (imprecisata?) del 2019. Obbiettivo, mi pare, difficilmente compatibile con quanto affermava stamani anche la Presidente del Senato Casellati, l’urgenza di una nuova legge elettorale che il Parlamento dovrebbe varare nei mesi estivi o, nel caso di una fiducia delle camere, in quelli immediatamente successivi.

Ora c’è chi dice che il diabolico Salvini aveva progettato tutto fin dall’inizio, incastrando prima Di Maio in una coabitazione improbabile e tuttavia sollecitata, proprio per la sua impraticabilità, dall’opposizione renziana e da gran parte dei media. E poi Mattarella, irrigidendosi nella scelta di un ministro dell’economia come Savona, probabilmente non gradito  all’UE e ai grandi mercati finanziari, ma che, ha ripetuto oggi il leader della Lega, avrebbe rappresentato in Europa maggiori autorevolezza e prestigio dell’altro candidato al ministero, Giorgetti. Congetture? Certo, ma è possibile che il crescere dei sondaggi a favore della Lega più che dei Cinque Stelle lo abbia convinto a puntare di nuovo sul voto quasi immediato, scaricando la responsabilità del fallimento su Mattarella e proponendosi di sfruttare l’indignazione popolare  per la nuova campagna elettorale.

Che questo piano sia davvero esistito e soprattutto che funzioni resta ancora da vedere, ovviamente. Se è vero che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi,  auguriamoci che gli elettori ci riservino con i risultati del prossimo voto qualche sorpresa. Io penso però che, anziché perdere tempo ed energie nel dividersi tra pro e contro il Presidente della Repubblica in vista di un improbabile impeachement, sarebbe meglio che partiti, politologi e media si dedicassero a trovare rapidamente una ragionevole via d’uscita dal vicolo stretto nel quale, per responsabilità di tutti ma soprattutto di Matteo Renzi e del suo passato governo, ci siamo cacciati. E anche Liberi e Uguali dovrebbe rendersi conto che, per realizzare il progetto e il programma politico di un partito unitario della sinistra, non potrà contare sui tempi lunghi che si sono dati nell’assemblea nazionale di sabato scorso.

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