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I morti da una sola parte smentiscono le ricostruzioni fatte sulla sola scorta delle versioni israeliane

 

Basta una solo foto, se esaminata con gli occhi di chi vuol vedere e l’intelligenza di chi vuol capire per poi informare correttamente i propri lettori, per rendersi conto che a Gaza non v’è stata alcuna guerriglia, alcun tentativo di sommossa, nessuna minaccia contro le truppe israeliane schierate a difesa di un illegittimo confine che i gazawi non intendevano violare. Lo afferma argomentatamente sul suo sito Paola Caridi https://www.invisiblearabs.com/2018/03/31/basta-una-foto/#more-7551.

Se ne deve dedurre che la maggior parte dei giornalisti italiani hanno occhi che non vedono ed intelligenze che non capiscono,oppure che sono obbligati ad informare lettori ed ascoltatori sulla falsariga delle sole versioni israeliane? Perché l’opinione pubblica italiana non può essere informata correttamente se non da poche e benemerite fonti che onorano il giornalismo nostrano? La verità, ribadiamo, è che nessun contatto c’è stato, come si legge appunto sul Blog,  tra le decine di migliaia di manifestanti palestinesi, al di là del reticolato, e  i soldati che li fronteggiavano al di qua, a debita distanza. Nessun contatto, perché quel confine è ipermilitarizzato, e nessun palestinese può arrivarvi. Se dunque non ci può essere fisicamente contatto, se è difficile credere che i sassi lanciati con le fionde possano essere stati un pericolo per i soldati dall’altro lato del confine, come si fa a definire “scontri”, “battaglia”, “guerriglia” quello che è successo nella Grande Marcia del Ritorno organizzata da un attivisti indipendenti e non da Hamas, come si dice in Italia?

A dimostrazione che quanto viene propinato dai grandi organi di informazione non risponde a verità e che i militanti delle varie formazioni, uccisi dai cecchini tra la folla, partecipavano pacificamente,è sufficiente  considerare che  a fronte di 17 morti ed almeno 1500  feriti palestinesi i militari israeliani non hanno riportato nemmeno una scalfittura. A riprova riportiamo di seguitola corrispondenza pervenutaci direttamente da Gaza.

31/03/2018 07:38,

“Oggi ci saranno i funerali dei 17palestinesi uccisi al confine, intanto tutte le funeste previsioni di guerriglia e di lancio di missili non si sono avverate (per fortuna) e chi soffiava sul fuoco prevedendo una rivolta non pacifica ha dovuto frenare; 17 morti e centinaia di feriti, solo ed esclusivamente da una parte, cecchinati come promesso. Nonostante tutto i gazawi hanno dato una prova di grande forza, coraggio collettivo, dignità e chiarezza nei contenuti. La terra è la terra, appartiene a loro e anche se è stata espropriata loro abitano in un pezzo vicino alla loro terra e li intendono rimanere. Quello che urlano con forza è di potersi muovere sulla loro terra liberamente, senza la paura che qualcuno possa sparare su di loro, senza la incertezza di potersi recare in altri luoghi; senza la impossibilità di invitare qualcuno nel proprio  villaggio perché sigillato dentro ad una galera. Credo che l’intera Gaza si sia recata almeno qualche ora al confine a confermare che ci sono, a ribadire che sono esseri umani e non mostri come vengono descritti ogni giorno.

Ricchi e poveri, rifugiati e cittadini, beduini, pescatori e agricoltori; tantissime donne velate e non, centinaia di migliaia di giovani studenti,laureati in attesa di poter lavorare, viaggiare e conoscere un mondo oltre il confine; e ancora migliaia di bambini che volevano correre sui prati, che ancora guardano con occhi sconfortati. Non e’ stata la manifestazione di Hamas, come sostengono i media e chi ha avuto la possibilità di partecipare e di esserci ha potuto rendersi conto di quale fenomeno stiamo parlando.

Ieri al confine, non c’erano bandiere di partito, non c’era nessun schieramento di fazioni o di polizia delle autorità locali a dirigere il traffico di gente che vi si è recata cosciente del pericolo. Andare verso il confine ieri significava rischiare di morire, perché purtroppo ancora una volta erano state innalzate dall’altra parte le barriere della divisione.

Fino al 15 maggio, giornata della Nakba, continueràil presidio permanente a 700 metri dal confine, sperando che dall’altra parte del mondo possa esserci un attento ascoltatore e che la vecchia “causa palestinese” sia finalmente presa in considerazione.

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