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Concluso il Festival del Giornalismo: tanti gli argomenti, tutti dedicati a Daphne Caruana Galizia e Jan Kuciak

 

Trecentouno eventi per settecentodieci speaker, un viaggio virtuale in italiano e in inglese in cinquanta paesi del mondo. E’ questo che ha significato il Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia conclusosi domenica 15 aprile e la cui rilevanza è stata confermata il giorno dopo con la consueta conferenza stampa.

Grazie ad Arianna Ciccone e Christopher Potter dal 2006 il festival, dall’Umbria medievale e dal centro storico perugino, si materializza in un dibattito aperto e democratico su tutto ciò che ruota intorno al giornalismo, all’informazione e ai cambiamenti a cui l’attualità ci sottopone.

Facebook e Google, Eni e Amazon hanno ufficializzato la loro partecipazione come sponsor principali affiancati da quelli istituzionali.

Ampio spazio è stato dato alle forme digitali della comunicazione, lezioni one-to-many di storytelling efficace per giornalisti e comunicatori, la privacy, la deontologia come le vecchie pratiche applicate alle nuove, i nuovi programmi radiofonici e televisivi da quelli culinari a quelli sportivi, l’analisi dei nuovi spettatori, l’evoluzione delle notizie quando siamo noi a rincorrere la famosa casalinga di Voghera e più di rado il contrario. E ancora, attenzione è stata posta sulla violenza, sul genere e sui minori, i pericoli di questo millennio come le guerre sempre presenti, la libertà di stampa più spesso minacciata e intimidita, le storie influenzate e manipolate. Quando il racconto dal fronte non è più necessariamente lontano, quando si torna a combattere per i diritti fondamentali e negati. Si è parlato di diritti umani, di giustizia, di fake news, di diversità, si è parlato di ambiente, clima, povertà, sfruttamento, cibo, di crisi, di scienza, di sicurezza, di come fare meglio il nostro lavoro e di come poter evitare il peggio. Si è parlato di libri, di lettori, di video, di fotogiornalismo, di reportage, di inchieste, si è parlato del Messico, di Trump, della Polonia, della Germania, dell’Olanda, dell’Inghilterra, dell’Argentina, si è parlato della musica e delle parole di Bob Dylan, si è ricordato Alessandro Leogrande (giornalista e scrittore scomparso prematuramente il 26 novembre scorso). Si è parlato di Europa e di politica, degli editori che a volte spezzano le penne ai giornalisti, alle fabbriche di notizie che tra qualche decennio ci auguriamo tutti non debbano rimpiazzare il valore umano, un valore aggiunto. E ancora la creazione di contenuti nell’era social, la sociologia e la psicologia applicata allo studio dei media, le emergenze migranti e la narrazione del locale territorio. Poi ci sono stati i protagonisti: il caso Vogue International, i giornalisti sotto tiro come Federica Angeli, Silvio Aparo e Nello Trocchia che hanno aperto la prima giornata del festival, e Nicola Gratteri che insieme ad Antonio Nicaso e Amalia De Simone hanno invece parlato dei fiumi d’oro della mafia, della legislazione europea inadeguata ad affrontare e contrastare la radicalizzazione delle mafie, non più “sottoproletariato” ma “borghesia mafiosa”, si è parlato di ’ndranngheta, quel network of trust spiegato da Nicaso con la formula chimica dell’acqua, H20: dove l’importante non sono le due particelle di idrogeno che rappresentano la violenza ma l’ossigeno, quale forma di cambiamento che può fare la differenza.

E naturalmente si è parlato di Daphne Caruana Galizia, la giornalista maltese uccisa il 16 ottobre scorso in un’autobomba (presente per lei la sorella, Corinne Vella) e Jan Kuciak, il giornalista slovacco ucciso a colpi d’arma da fuoco il 22 febbraio scorso (presente per lui Peter Bardy, direttore del sito per cui scriveva, Aktuality.sk) Entrambi giornalisti d’inchiesta, entrambi collaborarono a svelare i Panama Papers, per svelare i mandanti di entrambi gli omicidi le indagini sono ferme ed è allora per questo motivo che, ancor di più a gran voce, sono stati a loro dedicati i panel presentati al Festival del Giornalismo 2018. Come ha detto Amalia De Simone, riprendere le loro inchieste “perché la cronaca non muoia”.

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