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Giornalismo ideologico

 

Forse mi contraddico? Benissimo allora vuol dire che mi contraddico, ho orizzonti vasti e multiformi”. La citazione (liberamente tradotta) è del poeta americano Walt Whitman. Poeta, scrittore e giornalista, precisa Wikipedia. Il concetto da tener presente è che a tutti capita di dire in un momento una cosa e in fasi successive il suo contrario, ma noi ci accorgiamo delle contraddizioni degli altri quasi mai delle nostre, a differenza di Whitman.

Fatta questa premessa, veniamo al punto. “Quando i partiti si riducono a semplici comitati elettorali, e non hanno più ideali politici a cui riferirsi perché vivono nell’estemporaneo, diventano subalterni al senso comune, suoi replicanti. Invece di orientare l’opinione pubblica la inseguono gregari, perché invece di testimoniare una storia affogano nella cronaca.” Lo scrive oggi Ezio Mauro su Repubblica a proposito delle ambiguità/titubanze/silenzi della sinistra (partito democratico e non solo, per i 5Stelle il discorso è ancora più complesso) dopo l’attentato nazista di Macerata concepito dal suo autore come rappresaglia per la tragica morte della povera giovanissima Pamela Mastropietro.

Si può non essere d’accordo con Mauro? Onestamente è impossibile. Però viviamo in un’epoca che, anche se ne annichilisce la memoria, del passato mantiene solide tracce digitali . Proviamo allora a verificare cosa scriveva Ezio Mauro su argomenti contigui a quello di oggi sulla sua Repubblica nel 2014 appena tre anni e mezzo fa. Ecco una sua considerazione dopo la vittoria di Renzi alle Europee. L’articolo è del 27 maggio:

“La sinistra può dunque parlare ad un centro non politico o ideologico, ma di interessi, che dopo l’illusione del laissez faire berlusconiano e l’inutile ruggito grillino può essere per la prima volta coinvolto in un progetto di cambiamento. Per la prima volta nel dopoguerra il progetto riformista supera il 40 per cento. Improvvisamente, acquista un significato quella vocazione maggioritaria con cui era nato il Partito Democratico. E anche quella costruzione politica che traghettava oltre la stagione del Muro le due tradizioni dei cattolici democratici e dei comunisti (questi ultimi con il loro rendiconto tardivo e incompiuto) prende finalmente corpo come spina dorsale del sistema e si affaccia all’Europa come protagonista.”

Spostiamoci adesso al 5 novembre sempre del 2014 e vediamo invece cosa diceva Ezio Mauro su un tema dall’altissimo significato simbolico, il Jobs Act: “Renzi doveva fermarsi sull’articolo 18? No..”Secondo Mauro il premier avrebbe piuttosto dovuto. ”Spiegare al Pd che tocca alla sinistra di governo affrontare la riforma del lavoro perché altrimenti lo farà la crisi che non è un soggetto neutro, ma trasformando in politica il dogma della necessità mette i Paesi con le spalle al muro, tagliando a danno dei più deboli e non riformando nell’interesse generale.”

Finiamola qui con le citazioni e arriviamo alla sostanza del discorso, anche perché non è il caso di accanirsi inutilmente, gettare la croce addosso solo a un direttore di giornale, dal momento che gli stessi contenuti nel 2014/2015 (non proprio un’era geologica fa) giravano su tutti i quotidiani e i talk show. A denunciare oggi la mancanza di idealità dei partiti sono gli stessi opinionisti ( vezzosamente potremmo chiamarli influencer tv e carta stampata) che per anni hanno sancito la morte delle ideologie, l’arretratezza/inutilità del concetto di “diritti sociali”, la “stravaganza” settario/cervellotica degli allora attivi movimenti anti globalizzazione, la necessità che i “riformisti” portassero avanti i cambiamenti neo liberisti prima che lo facessero gli altri. Se il punto di arrivo è quello oggi denunciato da Mauro di una “politica senza anima” ( evidente peraltro in tutti i principali schieramenti) la responsabilità non è forse collettiva, pure di quelli che hanno pontificato in passato e continuano allegramente a pontificare in primo luogo nei talk show?

Il discorso ovviamente sarebbe lungo. Ma un’ultima citazione va fatta. “La società dello Spettacolo” è un libro del filosofo francese Guy Debord. E’ stato scritto addirittura nel 1967. Dovremmo rileggerlo perché la politica italiana da decenni è ridotta a un teatrino e tutti gli attori protagonisti della recita hanno una quota di responsabilità. “Lo spettacolo è l’ideologia per eccellenza, perché espone e manifesta nella sua pienezza l’impoverimento, l’asservimento e la negazione della vita reale” scriveva Debord. Il giornalismo davanti ai drammi contemporanei, all’egemonia urlata delle parole d’ordine neofasciste dovrebbe chiedersi se ha contribuito a buttar via coi dogmi ideologici anche ogni riferimento culturale/ideale capace di dare forza a una società democratica che includa i ceti popolari. Il teatrino dei consigli ai governanti o aspiranti tali appassiona solo gli addetti ai lavori. Meglio sarebbe per il giornalismo occuparsi della “vita reale” delle persone, del loro “impoverimento, asservimento”quanto mai evidente a chi vive nelle strade delle nostre città.

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