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Dimenticare”, un romanzo di Peppe Fiore (Ed. Einaudi – Collana Supercoralli pagg.192)

 

Dimenticare… cosa? Chi? La domanda resta stampata nella mente e accompagna il lettore durante tutta la lettura. Cosa ha spinto Daniele a lasciare tutto e tutti per vivere in un paesino di montagna isolato, quali sono i misteri e i segreti che lo accompagnano? Gli interrogativi sono molteplici e non tutti troveranno una risposta.

Una preghiera che diventa litania che diventa ipnosi. Alternanza tra nitidi fermimmagine e fotogrammi semoventi, indolenti e fluidi con colori netti a saturazione completa. Nessuna sfumatura. Un suono urlato in uno spazio sordo che non restituisce l’eco. La vita non rincorre più nessuno, non pretende altro per se stessa se non l’accettazione di una incontrovertibile sintesi: più dell’esistenza è importante la pace.

La vastità in cui si perde l’occhio a certe latitudini, ha la stessa gittata della sventura, sempreché non ci si inietti l’antidoto che assopisce la bestia e la rende mansueta. No, non mansueta: domata. Forse neanche, piuttosto silente ma sempre in guardia, sempre pronta a sfuggire alla tagliola ingrossata dal sangue rappreso. Un tentativo di trattenerla che vorrebbe renderla monca ma che potrebbe avere l’effetto opposto di aumentarne la sete.

Una preghiera che diventa possibilità che diventa speranza.

Ostico tentativo di dimenticare a dimostrazione che “il passato diventa davvero passato solo quando prende forma in una storia”. E se la storia non viene raccontata? È davvero accaduto ciò che è accaduto? Basta davvero solo tacere per non essere stati? Perché la vita trascorsa sia solo polvere rimossa da una sferzata di tramontana? Il silenzio potrebbe davvero salvarci tutti da una vita sopravvissuta e segnata da mani trafitte da chiodi arrugginiti e da legni incrociati e portati a spalla? Se “ognuno si sceglie il mostro che preferisce”, ci si può salvare scegliendo il più atroce e poi tacerlo? “Le umane cose inclinano spontaneamente all’irrilevanza” forse è questa la salvezza!

Ciò che nel passato è appuntito e ulcerante, quando lo si guarda da lontano ha un peso specifico pari a quello dello spazio che ha diviso il tempo, quello stesso che intercorre tra il fatto e il ricordo. E più il tempo è slabbrato, più i contorni sono laceri e cadenti, più il fatto diventa innocuo e il dittatore un vinto.

Una preghiera che diventa salmo che diventa agnello. Che si fa sacrificio e che torna preghiera.

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