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Albino Longhi, una carriera trasparente come esempio per i giovani giornalisti

 

 

Albino Longhi, grande giornalista con una lunga carriera in Rai, maestro di molti dei migliori giornalisti del Servizio pubblico, storico direttore del TG1 in alcune delle fasi più critiche della nostra Repubblica, è morto questa notte a Roma. I funerali si terranno mercoledì 3 gennaio alle 11.30 nella chiesa di San Roberto Bellarmino, a piazza Ungheria. Persona leale, giornalista rigoroso e determinato, impegnato nella battaglia per la difesa della Costituzione e della libertà di informazione, grande amico di Roberto Morrione, fu il primo presidente di giuria del Premio giornalistico a lui intitolato.
Albino, che è stato il primo presidente della giuria del Premio Morrione, era molto vicino ad Articolo 21, e per questo fFu tra i primi a ricevere il premio Paolo Giuntella, nel 2012. Non possiamo e non dobbiamo dimenticare.
Lo ricordiamo con le parole di Barbara Scaramucci, scritte in quell’occasione.

Era il pomeriggio del 15 aprile 1986 quando gli abitanti di Lampedusa udirono distintamente due boati nel cielo. In poco tempo fu chiaro, due missili scud erano stati lanciati dalla Libia verso la una postazione americana allora presente sull’isola. Poche settimane prima le forse armate statunitensi avevano bombardato l’abitazione di Gheddafi a Tripoli. Redazioni in subbuglio, ovviamente, ed era così anche al TG1. Ma c’era un altro problema. Enzo Biagi aveva intervistato il giorno prima proprio Gheddafi per il programma “Spot” , che andava in onda ogni sera subito in collaborazione con il TG1. Nelle ore convulse del dopo Lampedusa al direttore del TG1 Albino Longhi arriva la telefonata del direttore generale Biagio Agnes che lo invita a non trasmettere l’intervista di Biagi a Gheddafi. I due direttori si conoscono bene, sono amici. Agnes è un giornalista, conosce il mestiere, ma ha forti pressioni a livello diplomatico. Longhi però non ha dubbi: se un giornale ha un’intervista a Gheddafi fatta poche ore prima del lancio dei missili sul suolo italiano il suo dovere di giornalista è di trasmetterla, ed è indiscutibilmente uno scoop. E’ ovviamente ciò che fece Albino Longhi, senza proclami e senza enfasi, dicendo semplicemente “no” al direttore generale, spiegando senza alzare la voce a lui e alla redazione che non c’è neppure da discutere, il dovere del giornalista è quello di dare le notizie, non di nasconderle. E’ questo lo spirito che ha animato tutta la lunga attività professionale di Longhi, richiamato per ben due volte al TG1, dopo la prima storica direzione dal 1982 al 1987. Per questo Articolo 21 ha deciso di dargli un premio alla carriera con spirito non celebrativo, ma per indicare ai giovani giornalisti un esempio, un modello diverso dal solito di fare informazione non urlata ma sempre e solo con la schiena dritta. Albino Longhi è sempre stato un grande organizzatore di redazioni, ha vissuto uno straordinario rapporto professionale e umano con il suo capocronista di allora, Roberto Morrione, con Paolo Giuntella, cui è intitolato il premio di Articolo 21, e sotto la sua direzione sono cresciuti tanti giornalisti diventati poi direttori, inviati di punta, in Rai e fuori. Sono anche io fra questi, e da Albino ho avuto un regalo in più: quando lui arrivò a dirigere il TG1 io ero una redattrice precaria e quando avviai la vertenza sindacale per vedere riconosciuti i miei diritti lui precorse i tempi e propose la mia assunzione. Che non gli aveva chiesto nessuno, se non il comitato di redazione.
Ricevendo il premio dalle mani di Laura Giuntella, Albino, con lo stesso tono tranquillo che aveva anche nei momenti di tensione in redazione, ha ricordato il suo passato nei giornali cattolici e nei quotidiani di provincia, sottolineando con grande tranquillità che in effetti lui più che istituzionale si è sempre ritenuto ribelle.

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