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Turchia, 1000 arresti in una settimana mentre cala silenzio sul bavaglio ai media imposto da Erdogan

 

L’emergenza democratica in Turchia si estende sempre di più. I repulisti continuano in un clima da regime ormai consolidato.
Ma la coltre di silenzio calata su l’escalation antidemocratica di Ankara è forse più pericolosa degli stessi arresti di massa ordinati dal presidente Recep Tayyip Ereogan.
Questa volta l’azione repressiva del Sultano si è abbattuta sugli operatori di istituti di istruzione di vario genere e grado.
Nelle ultime 48 ore sono stati emessi ordini di arresto nei confronti di 107 insegnanti di scuole medie e superiore, tutti precedentemente sospesi dai rispettivi posti di lavoro con un decreto di destituzione previsto dallo stato di emergenza, in vigore dal 22 luglio 2016. Il bilancio della settimana ha superato con l’ultima retata i mille fermi, come confermato dal ministero degli Interni.
Su tutti pesa il sospetto di legami con l’organizzazione Feto, guidata da Fetullah Gulen, imam e finanziere autoesiliatosi negli Usa, ritenuto da Ankara la mente del golpe fallito del 15 luglio 2016.
Dal tentativo di colpo di stato ad oggi oltre 50 mila persone sono finite in carcere con l’accusa di far parte della rete golpista e 160 mila hanno invece perso il lavoro solo per il sospetto di avere in qualche modo avuto a che fare con la rete di Gulen.
Tra questi 170 giornalisti, molti già a processo come i colleghi di Cumhuryet, storico quotidiano di opposizione, 19 tra redattori, collaboratori e amministratori della società che edita il giornale. Le udienze riprenderanno il 2 dicembre ma la prima sentenza, di un altro procedimento, è già stata pronunciata. Oğuz Güven, direttore del portale web di Cumhuriyet è stato condannato a 3 anni e 1 mese di carcere per “propaganda terroristica”.
Articolo 21, che ha lanciato da tempo la campagna #nobavaglioturco, segue dall’inizio sia il dibattimento su questo caso che su altre inchieste come quella relativa alla pubblicazione di alcuni articoli sullo scandalo che ha investito il genero di Erdogan e ministro dell’Energia Berat Albayrak che ha coinvolto, tra gli altri, il corrispondente di Die Welt Deniz Yücel, con nazionalità turco – tedesca.
Yücel, in carcere da 281 giorni, è accusato di incitamento all’odio e di propaganda del terrorismo, ma nonostante il processo per gli altri imputati della stessa inchiesta sia iniziato lo scorso mese lui non è ancora apparso davanti a un giudice.
I suoi avvocati hanno presentato un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo che oltre al suo caso deve esaminare poco meno di 23 mila procedimenti contro la Turchia.
Una vera e propria emergenza democratica di cui si parla sempre meno.

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