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Carta di Roma, l’hate speech cresce ma linguaggio media mainstream meno allarmistico. Eccezioni a parte

 

L’odio che si è scatenato sui social in relazione alla notizia delle 26 giovani donne nigeriane morte, forse assassinate, durante la traversata del Mediterraneo, non sorprende. Gli odiatori si comportano esattamente come le cavie di Pavlov: reagiscono sempre allo stesso modo a determinati stimoli. Chiunque abbia anche una minima esperienza di giornalismo on line è perfettamente in grado di prevedere che una determinata notizia scatenerà certe reazioni. Abbiamo, infatti, degli odiatori in servizio effettivo permanente. Alcuni agiscono con sincronismi che fanno intravvedere una forma di organizzazione, ma sono più numerosi i “lupi solitari” dell’hate speech.
L’ultimo rapporto dell’Associazione Carta di Roma ha rilevato un fenomeno in apparenza contraddittorio: l’hate speech cresce ma, contemporaneamente, il linguaggio degli organi d’informazione mainstream è più curato e meno allarmistico. L’utilizzo di termini giuridicamente inappropriati – come “clandestino” con riferimento ai richiedenti asilo – va diminuendo. Cresce anche – pur restando comunque un genere “di nicchia” – il numero dei reportage che raccontano la vita quotidiana delle comunità di immigrati. E diminuiscono le “violazioni colpose” delle regole deontologiche: i giornalisti italiani, in generale, sono diventati più esperti.
Si potrebbe arrivare alla conclusione, a partire da questi dati, che l’hate speech segua un proprio percorso autonomo e che gli stessi organi d’informazione ne siano vittime. Esattamente come il proprietario di un parco aperto a tutti è vittima dei vandali. D’altra parte – come è emerso nei lavori della commissione parlamentare contro l’intolleranza e l’odio nelle audizioni dei direttori dei principali quotidiani – il problema della moderazione dei commenti è ben presente nelle redazioni e si lavora per migliorare e rendere più efficaci le procedure. E anche i gestori dei social, sia pure con tempi di reazione piuttosto lenti, affrontano la questione.
I giornalisti italiani sono diventati più esperti e le “violazioni colpose”, quelle determinate dalla scarsa conoscenza dei problemi, sono diminuite. Contemporaneamente, però – e questo risolve l’apparente contraddizione di cui dicevamo – sono aumentate le “violazioni dolose”. Esistono infatti degli organi d’informazione che deliberatamente diffondono notizie false – addirittura su tematiche scientifiche, come la diffusione delle epidemie – o danno notizie vere con una titolazione che si fonda su pregiudizi xenofobi. Esistono soggetti iscritti all’Ordine nazionale dei giornalisti che non solo violano in modo sistematico le regole deontologiche, ma addirittura le irridono. E gettano quotidianamente nuovo concime nel terreno su cui pascolano gli odiatori di professione. Dai quali si differenziano solo perché dispongono delle conoscenze tecniche per fermarsi – ma non sempre ci riescono, a dire il vero – un attimo prima di incorrere nel reato di incitamento all’odio razziale.
Al netto della violenza e della volgarità dei termini che utilizzano, i diffusori dell’hate speech svolgono la loro attività di proselitismo dell’odio avvalendosi del sistema di stereotipi e pregiudizi che alcuni organi d’informazione consolidano e alimentano. Ognuno può valutare chi sia peggio. E i giornalisti italiani devono finalmente decidere se è tollerabile condividere lo stesso ordine professionale con soggetti che evidentemente svolgono un’attività diversa, anche se parallela: non restituire la verità sostanziale dei fatti, ma stravolgerla.

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