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Trump: un pericolo per la stabilità negli Usa

 
intervista ad Alan Friedman (giornalista e scrittore)

a cura di Mostafa El Ayoubi (caporedattore di Confronti)

 

Ma quale America aveva […] consegnato a Trump quella sconcertante vittoria? Dopo le elezioni più volgari e rozze della storia americana recente, Trump era finalmente vittorioso, destinato a presiedere una nazione ferita, una società lacerata da paura e rabbia, e da livelli di razzismo crescente. Una società divisa, una politica arroccata su posizioni estreme e un livello di odio che non si vedevano da decenni». Questa è una della tante domande che Alan Friedman si pone e affronta nel suo libro Questa non è l’America. L’abbiamo intervistato in occasione del festival “I dialoghi di Trani”.

Quando a gennaio scorso Donald Trump è arrivato alla Casa Bianca, lei nel suo libro ha parlato di un’America lacerata e divisa, in parte anche per colpa del presidente. Come giudica la situazione oggi negli Stati Uniti?

Purtroppo, dopo otto mesi le cose sono ancora peggiori di come mi aspettassi: abbiamo il presidente più divisivo e più indifferente alle minoranze etniche e religiose della storia Usa. Un presidente che lusinga i neonazisti, che dice che fra i suprematisti bianchi c’è anche gente perbene. Trump ha aiutato i neonazisti d’America dopo i fatti di Charlottesville [nella cittadina della Virginia, ad agosto, un’auto guidata da un suprematista bianco si è lanciata contro un corteo di antirazzisti facendo un morto e decine di feriti, ndr] e ha concesso la grazia allo sceriffo più razzista della storia statunitense, Joe Arpaio, che aveva fatto morire dei messicani in una specie di campo di concentramento nel deserto dell’Arizona. Ora Trump vuole espellere 800mila bambini e ragazzi, figli di immigrati messicani entrati negli Usa irregolarmente, che ormai erano diventati di fatto per legge statunitensi. Dopo otto mesi stiamo oscillando fra la preoccupazione di quale sia la cosa peggiore: il fatto che il presidente sia impulsivo e squilibrato o che sia un nazista che corteggia apertamente il razzismo, arrivando a incitarlo. Io temo di più la seconda cosa.

 

Trump sembra inaugurare una nuova era di discriminazione che rischia di sfociare nella violenza. Lei conferma questa tendenza?

Ci sono sempre più manifestazioni violente per strada, come cinquant’anni fa, perché Trump sta facendo una politica discriminatoria contro le donne, contro le minoranze etniche (afroamericani e messicani), contro i gay, i trans… contro tutte le minoranze. Questo aspetto della “rivoluzione Trump” in Italia non viene considerato come dovrebbe, ma in realtà è davvero molto pericoloso. Trump minaccia tutti i valori fondamentali, a partire dai diritti umani e civili. Conta solo se sei uomo, bianco e ricco. Come spiego nel mio libro, la mia paura è che l’America diventi più buia e incivile. I reati contro le minoranze, ossia le violenze legate a motivi razziali, sessuali o religiosi, sono aumentai del 400% in questi mesi. Anche gli attentati a sfondo antisemita, tra cui quelli contro cimiteri e sinagoghe, sono aumentati.

I musulmani in America sono circa sei milioni. Trump sembra intenzionato a condurre una “crociata” contro l’immigrazione musulmana. Come valuta questo orientamento politico/ideologico?

Sono slogan razzisti che servono per prendere voti dalla destra estrema. Ma era sempre contento quando si trattava di prendere due o tre miliardi dagli sceicchi di Dubai o da altri magnati del mondo arabo per finanziare i suoi affari. Il razzismo contro i musulmani si aggiunge a quello contro i messicani, gli ebrei, i neri… il presidente degli Stati Uniti incita al suprematismo bianco, e questo è un problema per la democrazia, perché rischiamo di finire con l’odore degli anni Trenta in Europa. Ma questa volta in America.

Nella sua campagna elettorale, Trump aveva parlato di una politica economica protezionista. A suo parere, è realistica questa strategia?

Fortunatamente, le peggiori minacce di Trump sul protezionismo sembrano destinate a cadere nel nulla, anche se non si sa mai. Il problema è che la sua strategia favorisce una politica che, per finanziare i tagli delle tasse ai ricchi e alle banche di Wall Street, vuol tagliare 800 miliardi di dollari alla sanità (l’Obamacare). Insomma, un presidente che ruba ai poveri (anche coloro che avevano votato per lui) per premiare i ricchi.

Nel suo libro aveva parlato degli eccessi di Wall Street e dell’America a due velocità…

Wall Street può stare tranquilla con Trump, perché il governo è pieno di miliardari e gente discutibile. Cinque dei suoi consiglieri economici più importanti vengono dalla Goldman Sachs. La retorica di Trump prometteva di aiutare i poveri, ma di fatto sta lasciando libera Wall Street come mai prima, e questo può creare le premesse per una nuova crisi finanziaria nel futuro.

Una questione che ha caratterizzato questi mesi di presidenza è lo scontro con il mondo dei media. Come giudica questo scontro?

Il presidente sta cercando di delegittimare i media e la libertà di stampa negli Usa. Io sono difensore del pensiero liberale, della libertà di espressione e temo molto per gli attacchi di Trump, che cerca di inventare notizie per motivi propagandistici, fake news per negare la realtà. Un presidente patologicamente narcisista, ma anche che usa gli strumenti della “trash tv” e i reality per inventare una serie di storie false. Il problema è ancora più profondo di quello riguardante i media: Trump sta cercando di delegittimare i valori e le istituzioni degli Stati Uniti d’America, è un pericolo per la nostra democrazia. Attacca i terroristi come attacca i magistrati, le corti, il Congresso e i bambini messicani indifesi. È un uomo con un animo cattivo.

Da esperto della situazione geopolitica mondiale, come giudica le tensioni con la Corea del Nord, che si stanno aggravando negli ultimi mesi?

Ricordo che alcuni anni fa a Davos ho avuto un incontro con l’ex presidente Bill Clinton. Secondo lui, ciò che Kim Jong-un cercava (come già suo padre prima di lui) è un riconoscimento economico. Questa dinastia che è al potere in Corea del Nord non agisce in modo del tutto logico. Il rischio è che un impulsivo Trump possa fare un errore di calcolo di fronte a Kim Jong-un. Non credo che si arriverà a una guerra nucleare, ma la gestione di Trump è pessima. Geopoliticamente, di fronte all’atteggiamento impulsivo della Corea del Nord, vediamo anche le difficoltà del presidente cinese Xi Jinping, in un momento in cui vuole consolidare il suo potere. E anche Putin si trova ad affrontare un problema delicato. La Corea del Nord è una questione che va al di là del pericolo nucleare: riguarda il riassestamento della geopolitica mondiale.

In questo senso, come valuta il rapporto tra Stati Uniti e Cina?

Credo che il presidente della Cina sia il più spietato dittatore attivo oggi nel mondo. È molto brutale ed elimina i suoi nemici, anche se lascia libera l’economia perché crede nel capitalismo. Ha tenuto Trump a bagnomaria, lasciandolo sperare in un intervento cinese sulla questione della Corea del Nord: credo che nel primo round abbia fatto bene, ma adesso la sfida per la Cina è di consolidare il suo potere all’interno e per loro Trump è secondario. Sicuramente la dinamica non è sana, ci possono essere brutte sorprese nei rapporti tra Usa e Cina. Ma per il momento la Cina ha saputo “gestire” Trump più di quanto quest’ultimo non abbia saputo fare con la Cina.

C’è poi una questione che riguarda la Russia. Nella sua campagna elettorale Trump parlava di una distensione con la Russia. Qual è la sua impressione?

Mi è capitato negli ultimi due anni di vedere sia Putin che Trump. Putin è molto più intelligente, più diabolico: pensiamo all’immagine dell’ex agente del Kgb con gli occhi di ghiaccio. Trump è stato sempre un costruttore edile di New York, che voleva costruire una Trump Tower a Mosca. Credo che i rapporti tra Usa e Russia saranno congelati per un bel po’ di tempo per il fatto che Trump è paralizzato come un coniglio in mezzo alla strada davanti ai fari di una macchina per lo scandalo del “Russia gate”. Credo quindi che avremo una lunga agonia che andrà avanti anche per il prossimo anno e forse anche fino al 2019. L’indagine del procuratore indipendente prevede tre capi di accusa: collusione con i russi, ostruzione della giustizia e scorrettezze finanziarie. Sul primo e sul terzo credo che non troveranno prove contro Trump, ma sull’intralcio alla giustizia certamente, dato che ha rimosso dal suo incarico il direttore dell’Fbi James Comey, che guidava le indagini sui rapporti fra la Russia e il comitato elettorale di Trump. Credo che il presidente avrà dei guai e avrà una lunga agonia: più sarà sotto indagine e più sarà un leone ferito, quindi potrà agire in modo ancor più impulsivo.

In Europa, il terrorismo sta dilagando. Perché secondo lei non si riesce a sconfiggerlo?

Credo che ci siano due elementi che ci fanno pensare che gli attentati non si fermeranno: il primo è il ritorno dei foreign fighters (che, dopo le sconfitte del Daesh a Raqqa e Mosul, stanno tornando in molti nei paesi europei di provenienza), il secondo è che ci sono problemi di tipo razziale nelle banlieues, specie in città come Parigi e Bruxelles. E noi statunitensi siamo i primi a conoscerli, perché a San Bernardino e a Orlando erano degli statunitensi, non dei musulmani, ad aver compiuto quelle stragi. È difficile quantificare il numero dei terroristi tornati in Europa e quelli radicalizzati già presenti sul territorio. Sarà quindi difficile che i servizi segreti riescano a scoprirli tutti.

Trump ha ottimi rapporti con alcuni paesi arabi musulmani, il Qatar e l’Arabia Saudita, che oggi si accusano a vicenda di finanziare e sostenere ideologicamente il terrorismo jihadista. È una contraddizione, per un paese che sin dal 2001 ha dichiarato guerra al terrorismo. Come si può affrontare efficacemente il problema del terrorismo?

Non c’è una ricetta, è una guerra che va combattuta cercando di migliorare il coordinamento tra le nazioni, che al momento sembra inefficiente. Ma è un fenomeno che, come dicevo, resterà per molto tempo ancora.

Alcuni suoi concittadini statunitensi, come Bernard Lewis e Samuel Huntington, avevano ipotizzato uno «scontro di civiltà» tra i musulmani e l’Occidente “democratico”. Esiste questo rischio?

Non ci ho mai creduto, non sottoscrivo questa teoria. Però ritengo che populisti, nazionalisti e xenofobi come Trump, Salvini, Le Pen, Orban e altri, che tendono a creare una politica di divisione, possano contribuire molto al fenomeno.

(pubblicato su Confronti di ottobre 2017)

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