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Caso Regeni. Invece di intitolargli sale si vada a fondo sulla verità

 

“Onorevoli  colleghi, Onorevoli colleghe,  credo sia giunto il momento di dirci la verità. In questi mesi tremendi nessun paese ci è stato vicino nella ricerca della verità su Giulio Regeni. Anzi, si potrebbe ritenere che paesi che si vantano di aver creato la civiltà dei diritti individuali si siano mostrati a dir poco indifferenti, per alcuni pronti ad offrirsi di subentrare all’Italia nella gestione di importanti iniziative ecomiche in Egitto visto il nostro ritiro. I nostri partner europei ci hanno fatto ritenere che un italiano per loro non sia un connazionale, e che i diritti del singolo vengano dopo gli interessi. Inoltre il solo modo per porre rimedio all’assenza europea in Libia, da quando ci liberammo di Gheddafi ma loro non vollero investire una lira nell’istitution building, sembra proprio stare nell’affidarsi ai fedelissimi dell’Egitto; solo loro possono preservare i nostri interessi, sebbene con gravissime violazioni dei più elementari diritti umani. Tutto questo ovviamente, onorevoli colleghi, ha un prezzo.” 

Se il ministro degli esteri avesse cominciato così il suo intervento davanti alle commissioni esteri per me sarebbe stato più convincente. Non è andata così. I riferimenti ai vigorosi passi avanti nell’inchiesta, nella collaborazione bilaterale, difficilmente potranno convincere, anche  chi creda che l’Italia abbia fatto il possibile, sin qui. Ma la parte  più difficile, o dolorosa, del discorso del nostro ministro degli esteri non è questa. Non è il riferimento al vigoroso progresso delle indagini, all’impegno costante etc etc. No. Infatti il capo della nostra diplomazia dopo aver detto che  “Le indagini dovranno proseguire con vigore, continueremo ad aspettarci piena collaborazione dalle autorità egiziane” per fare luce sulla morte del ricercatore, “lo dobbiamo a Giulio, alla sua famiglia e a tutti noi italiani”  proseguendo la sua informativa, ha fatto sapere che “contro l’oblio vorremmo fosse intitolata l’Università italo-egiziana la cui istituzione è un progetto che auspico troverà nuova linfa con l’invio dell’ambasciatore Cantini. A Giulio sarà intitolato anche l’auditorium dell’Istituto di cultura italiana al Cairo e saranno organizzate cerimonie commemorative nella data della sua morte nelle sedi di tutte le istituzioni italiane in Egitto”. E, ha concluso, “ci siamo attivati con il Coni perché ai Giochi del Mediteranno in Spagna nel 2018 Giulio sia ricordato da atleti e partecipanti”.

Davanti a queste parole mi limito a dire che a parer mio  noi italiani meritavamo qualche affermazione sofferta e quindi anche dolorosa, qualche richiamo alla discutibile impossibilità di fare di più. Ma le sale dedicate a Giulio Regeni, signor ministro, in un paese che su caso Regeni è reticente e di Regeni ne conosce tantissimi, preferirei che non ci fossero e che non venissero neanche proposte. Almeno questo. Sorvolare sulle affermazioni del New York Times in merito alle informative pervenute da Washington, sorvolare su tutto quello che è stato scritto dal più importante quotidiano del mondo, è una scelta discutibile. Parlare di sale da dedicare a Giulio Regeni nella Cairo del generale al Sisi, no.

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