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A casa loro. Dakar/Tambacounda (diario dal Senegal. 2° giorno)

 

Sono in Senegal: sono in Africa! Non in quell’Africa battuta da distratti turisti. Ma quella vera dell’entroterra povero quanto dignitoso. Da quell’Africa è arrivato in Europa anche Seny con il barcone attraversando il deserto. Un viaggio atroce al quale è riuscito a sopravvivere per arrivare in un mondo totalmente diverso da come glielo avevano dipinto. Dal povero villaggio nella regione interna di Tambacounda, partono molti ragazzi per l’Europa. Lui che è stato fortunato, è diventato mediatore culturale in un centro di accoglienza in provincia di Enna gestito dall’ Associazione Don Bosco 2000. Lì dove lo avevamo conosciuto la prima volta e dove lo hanno coinvolto in questo progetto di sviluppo e formazione imprenditoriale di artigianato locale. Creare abiti e oggetti da portare in punti vendita in Italia.
“Questo sì che vuol dire aiutarci a casa nostra.  Dateci l’opportunità di crescere a casa” ci dice Seny eccitato da questa nuova avventura. Con lui e il gruppo di nove operatori dell’associazione Don Bosco2000 comincia il viaggio che ci porterà giù per oltre 400 km di strade impervie attraversando città come Mbour, Kaole, o piccoli villaggi come  Djiamnadjio , il primo che incontriamo appena usciti da Dakar. Gli uomini lavorano di meccanica sotto vecchie auto dalla vernice scrostata, le donne attraversano le strade con caschi di banane e altri oggetti di casa sulla testa, sempre eleganti e fiere. Mercanti di capre vendono per strada la loro merce belante. Decine di bambini incuriositi dalla nostra presenza si affollano davanti al nostro pulmino fermo per fare rifornimento di carburante. Alcuni indossano magliette strappate e hanno in mano un secchiello di plastica: invece di tenerli a scuola a studiare, mi racconta Seny, il maestro li manda a chiedere l’elemosina. Così senza cultura e senza prospettive, i giovani africani lasciano la loro terra perché l’alternativa è vivere tra immondizia, pneumatici ammassati sul ciglio della strada. Per ore attraversiamo distese di campi dove dominano baobab, acacie e coltivazioni di arachidi, principale fonte di commercio agricolo del paese. Non ci sono autogrill dove fermarsi e nelle dieci ore di viaggio se devi far i tuoi bisogni, uomo o donna, li fai per strada nascosto tra la vegetazione.

A Kaolac centro del paese ci fermiamo a ridosso di un villaggio fatto di case diroccate e strade sterrate sporche e con fosse di putridi pantani di acqua ristagnante. E un campo di calcio dove giocano i giovani del villaggio. Il sogno di tutti è diventare un giocatore, magari anche nella stessa gloriosa squadra nazionale del Senegal. In alternativa il nulla o la fuga verso la mitizzata Europa. “Il nostro governo dovrebbe aiutare questi ragazzi a trovare un lavoro invece di farli stare a giocare tutto il giorno a calcio – ci dice  Pap che è disoccupato, a calcio non gioca, non ha studiato e parla solo dialetto Wolof: inforcati gli occhiali, si siede su uno dei cinquanta pneumatici che delimitano il campo di calcio, ci guarda e sentenzia: “Questi ragazzi non dovrebbero essere illusi così …. ”
Andiamo via rattristati da tanta miseria e abbandono. Ancora tre ore per fare 150 km. Destinazione Tambacounda dove Seny tenterà l’impresa nell’impresa. Allontanare i suoi coetanei dal falso mito dell’Eldorado . Il viaggio continua ….

Angela Caponnetto, giornalista di Rainews si occupa da lungo tempo dei temi dell’immigrazione. Ha raccolto le storie dei migranti subito dopo che qualcuno gli ha teso la mano in mezzo al mare, ha documentato gli sbarchi, li ha seguiti e ascoltati nei centri di accoglienza, filmando il meglio e il peggio della loro seconda vita nel nostro paese. Ora è inviata in Senegal per raccontare l’origine di questo esodo. Ad Articolo 21 manda il suo diario di viaggio

In viaggio verso casa loro (diario dal Senegal. 1° giorno)

 

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