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Turchia, arrestati 35 tra giornalisti e intellettuali. Fermato in Spagna Hoamza Yalcin, protesta di Rsf e Federazione internazionale stampa 

 
A poche settimane dalla prima sentenza del regime del bavaglio turco nel processo a 19 dipendenti del quotidiano di opposizione Cumhuriyet, che ha rinviato a giudizio 12 di loro tra cui editore, giornalisti e consulenti legali e amministrativi, una nuova ondata di arresti si abbatte sul mondo dell’informazione e della cultura in Turchia.
In 35, tra operatori di media e intellettuali, sono stati fermati giovedì scorso dalla polizia con l’accusa di essere legati alla presunta rete terroristica Feto, organizzazione di cui l’ex imam Fetullah Gülen si sarebbe servito per detronizzare dal potere Recep Tayyip Erdogan.

Si tratta solo dell’ultima di una lunga serie di retate che coinvolgono operatori della stampa turca e di istituzioni culturali disposte nell’ambito di procedimenti scaturiti dall’inchiesta sul fallito golpe del luglio 2016 ma che hanno un solo, chiaro, obiettivo: zittire per sempre l’informazione indipendente.
Il primo giudizio emesso a carico dei colleghi di Cumhuriyet rischia di portare a condanne fino ai 43 anni di carcere con capi di imputazione che vanno dal ‘sostegno esterno’ alla ‘partecipazione ad azioni di terrorismo’.
A Istanbul si attende l’esito finale del processo con profonda preoccupazione, anche se il timore che potesse essere avanzata una richiesta di ergastolo, come avvenuto nei mesi scorsi per altre 30 persone, inclusi giornalisti e dirigenti del quotidiano Zaman, è stato scongiurato.

Zaman, giornale affiliato al movimento di Gülen, ers stato prima requisito dal governo turco nel marzo 2016, che lo aveva posto sotto amministrazione controllata, e poi chiuso con un decreto presidenziale in seguito al fallito golpe.
Cumhuriyet, nonostante la redazione decimata, continua a uscire e nonostante grandi limitazioni prova a restare una voce libera.
La repressione di ogni forma di dissenso e di critica in Turchia è andata in crescendo nell’ultimo anno.
Siamo a oltre 160 giornalisti in carcere.
Ai mandati di arresto interni emessi dalla Procura di Istanbul ed eseguiti in quest’ultima settimana, si è aggiunto quello nei confronti del collega dissidente turco Hoamza Yalcin in Spagna, per il quale oggi il comune di Barcellona ha chiesto l’immediata liberazione.
Yalcin era stato fermato venerdì scorso nell’aeroporto della capitale catalana dalla polizia spagnola in esecuzione di un mandato di cattura internazionale  per presunte ‘offese’ al presidente Erdogan.
Il giornalista, che risiede in Svezia e ha la doppia nazionalità turca e svedese, era in procinto di salire su un aereo per Londra dopo avere trascorso qualche giorno di vacanza a Barcellona. E’ detenuto in un carcere spagnolo in attesa della formalizzazione di una richiesta di estradizione di Ankara
Il suo fermo ha provocato le proteste di Reporter senza Frontiere, della Federazione Internazionale dei Giornalisti e dell’Associazione degli scrittori Pen che hanno chiesto la sua scarcerazione.
Se dovesse essere estradato, Yalcin rischierebbe una condanna fino a 22 anni e sei mesi di carcere.

La Turchia, che è al 155esimo posto su 180 paesi valutati dal World Press Freedom Index del 2017 nell’ultimo rapporto rilasciato da Reporters Without Borders, si conferma come la più grande prigione per i giornalisti.
Il governo turco, utilizzando poteri speciali riconosciuti dallo stato di emergenza proclamato dal presidente Erdogan , ha effettuato una massiccia rappresaglia contro i mezzi di informazione non allineati e una serie infinite di purghe e di arresti di funzionari pubblici, militari e esponenti di vari settori della società civile.
Solo nell’ultima settimana sono stati quasi 1300, un migliaio per legami con Gulen.

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