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“Fare il giornalista oggi in Turchia significa mettere a rischio la propria vita”. Intervista a Can Dündar

 

E’ stato arrestato per aver pubblicato una notizia che non è mai stata smentita, quella del coinvolgimento dei servizi segreti turchi nell’invio di armi ai guerriglieri jihadisti in Siria. Era il novembre 2015, e Can Dündar era caporedattore di Cumhuriyet, quotidiano turco di opposizione. L’accusa, per lui e il collega Erdem Gül, a capo dell’ufficio di Ankara del giornale, era di spionaggio, tradimento e divulgazione di segreti di Stato. “Non siamo né spie, né traditori, né eroi – ha dichiarato Dündar al momento dell’arresto. Siamo giornalisti.” Dopo aver trascorso tre mesi nel carcere di Silivri, la Corte Costituzionale ne ha disposto la scarcerazione in attesa di giudizio. Il 6 maggio 2016 è sfuggito a un tentativo di omicidio di fronte al Tribunale di Istanbul, dove era in corso il processo. Rifugiatosi all’estero, ora vive in esilio in Germania dove ha fondato il portale informativo sulla Turchia “Özgürüz”. Il suo ultimo libro si intitola “Arrestati”, come il testo dell’ultimo tweet inviato prima di essere condotto in carcere.

Cosa significa per un giornalista lo stato di emergenza in vigore in Turchia da oltre un anno?

La Turchia è in questo momento la più grande prigione al mondo per i giornalisti, ogni giorno ci sono nuovi arresti. Al momento sono oltre 150 i colleghi dietro le sbarre. Fare il giornalista oggi in Turchia significa mettere a rischio la propria vita. E’ come fare il reporter di guerra, il rischio è costante e quotidiano. La maggior parte dei media si sono allineati sulle posizioni del regime, oppure si autocensurano

Come è cambiata la situazione dopo il referendum del 16 aprile?

Il referendum ha consegnato a Erdoğan poteri enormi, in pratica il controllo della polizia, dell’esercito, del parlamento e del sistema giudiziario. Una situazione molto difficile per la democrazia. Allo stesso tempo però il referendum ha dimostrato che metà della popolazione è contraria a questo stato di cose, ha detto no, ed è pronta a resistere. Ci sono motivi per essere pessimisti ma anche per guardare con speranza al futuro.

Quali sono stati gli effetti della lunga marcia per la giustizia intrapresa dal leader dell’opposizione, Kemal Kılıçdaroğlu, da Ankara a Istanbul?

E’ sicuramente stata un’azione importante. Ci aspettavamo un’azione del genere, in un momento in cui il Parlamento è stato privato da qualunque potere. L’unica via che poteva essere intrapresa era quella della protesta in strada, una cosa che ha certamente infastidito il governo dando speranza al movimento di opposizione.

Le rivelazioni di Cumhuriyet hanno rivelato i legami esistenti due anni fa tra servizi di sicurezza turchi e gruppi jihadisti in Siria. Oggi qual è la posizione della Turchia nel conflitto siriano?

Il nostro giornale ha messo in luce i rischi di quelle relazioni, fatte non solo di aiuti materiali, cioè di forniture di armi, ma anche di rapporti mediatici e diplomatici. Le pressioni di Europa e Stati Uniti hanno portato la Turchia a modificare il proprio atteggiamento nella guerra in Siria e all’attuale stallo, un sostanziale non intervento. Il principale obiettivo della Turchia resta quello di impedire la costituzione di uno stato curdo alla sua frontiera.

Che posizione dovrebbe assumere l’Europa di fronte all’attuale situazione in Turchia?

Purtroppo l’Europa ha dato una pessima prova di sé durante la crisi dei rifugiati. E’ come se avesse accettato un ricatto da parte di Erdoğan, abdicare alla difesa della democrazia pur di fermare i profughi. L’Europa dovrebbe riappropriarsi dei propri principi, difendere i valori che ne sono alla base. Soprattutto difendere in maniera ufficiale e netta le persone che in questo momento in Turchia resistono e difendono i diritti umani. In Turchia ancora esiste una società civile che fa questo, l’Europa dovrebbe sostenerla.

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