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Paolo Villaggio: la sveglia dell’Italia

 

Addio a Paolo Villaggio, alla sua arte, alla sua grandezza, al suo stile inimitabile e alla sua comicità che ha indubbiamente svegliato e liberato l’Italia dalla sua moderazione verbale prossima alla stucchevolezza.
I suoi personaggi, ironici, graffianti, liberatori, sfortunati, eternamente sconfitti e tragicamente ridicoli, infatti, ci hanno mostrato tutti i difetti, i limiti, le ipocrisie e le miserie umane del nostro Paese.

La sua recensione, memorabile, del capolavoro di Ėjzenštejn ha sollevato il velo sugli eccessi di intellettualismo di una determinata epoca, quando davvero si esagerava con la chiacchiera autoreferenziale e non si aveva il coraggio di stroncare ciò che meritava di essere stroncato, in nome di una presunta superiorità culturale e di una ricerca di messaggi reconditi che in realtà celavano semplicemente la pochezza dell’opera nel suo insieme.
Il suo travet dannato e privo di prospettive, la sua famiglia sconclusionata, la sua metafora di un’Italia fanfarona, maestra nell’arte di arrangiarsi e priva di una complessità e di un senso del destino hanno costituito un affresco di verità in un oceano di menzogne e di analisi annacquate per fini autoconsolatori e inutili velleità di compiacenza nei confronti dei nostri aspetti meno commendevoli.

Allo stesso modo, il personaggio di Fracchia, subalterno al direttore, anzi al megadirettore galattico, ai limiti della piaggeria e della mancanza di dignità, è stato un altro schiaffo inferto ai tanti ciarlatani che borbottano in privato ma in pubblico si allineano, divenendo ossequiosi ben oltre la soglia di ciò che sarebbe accettabile.
E pure il suo sodalizio artistico con De André, altro genio della scuola genovese di artisti che ha illuminato e conferito un tocco magico ai primi decenni del dopoguerra, era volto a mettere in discussione i luoghi comuni, le narrazioni ufficiali, le prudenze e le titubanze di tanti menestrelli di corte al cospetto del potere, cogliendo così il lato peggiore ma purtroppo duro a morire del nostro carattere nazionale, di cui l’eterno vizio di saltare sul carro del vincitore ed adularlo costituisce unicamente l’apice della negatività.
Infine il suo maestro ligure in “Io speriamo che me la cavo”, spedito in Campania per un errore burocratico e costretto ad immergersi in un mondo per lui inedito, fra degrado, inciviltà, piccole forme di criminalità, mancanza di senso del dovere e delle regole ma anche tanta, straordinaria umanità e un sincero amore per il prossimo.
Ci mancherà la sua autenticità, la sua sua ribellione, comica ma capace di andare in profondità, allo status quo e la sua rivolta contro i toni paludati volti a mentire sapendo di mentire, convincendo le persone ad accettare di vivere in un perenne stato di menzogna e di inferiorità, arrivando addirittura a considerare questa condizione la cosa più normale del mondo; anzi, l’ideale.
Addio, dunque, ad un Carlo Martello capace di confessare platealmente che le guerre finiscono sempre con grandi puttane e provocano solo morti e distruzioni, al netto delle colate di retorica, dei toni aulici e delle balle legalizzate ed elevate a virtù con cui il potere cerca di ammansirci.
Villaggio, al contrario, non lo ha mai accettato: era un irregolare, una stecca nel coro, un fustigatore dei costumi e per questo ne proviamo nostalgia, mentre tanti giullari assai meno esilaranti fanno il loro rientro a corte in cerca del dittatore di fiducia cui offrire i propri servigi.

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