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La scomparsa di paolo villaggio. Un clown bianco che credeva di essere un Augusto

 

Aveva dichiarato che alla sua morte non voleva essere cremato bensì bollito. Immagine  raccapricciante, volutamente Grand Guignol, conforme al suo cinismo e alla sua mole, della quale Paolo Villaggio si compiaceva indulgendo senza freni alla bulimia. Al punto che la moglie Maura aveva dovuto chiudere a chiave la porta del frigorifero per impedirgli le incursioni notturne. Ingurgitare cibo, e amarezza esistenziale centellinata come il veleno di Mitridate, era per il comico l’ultima strategia con cui allontanare da sé l’idea della morte. Fellini, che era un veggente, l’aveva compreso nell’ormai lontano 1990, chiamandolo a interpretare uno dei due protagonisti di La voce della luna, il prefetto Gonnella, contrapposto – e complementare – all’Ivo Salvini di Roberto Benigni, un Pierrot Lunaire sospeso tra Pinocchio e Giacomo Leopardi. Due emarginati, due matti, due déracinés. Della coppia comica, che comica non doveva mai risultare, Villaggio impersonava il cattivo, il Clown Bianco, spocchioso, scontento, tirannico, vessatore. Lui che per tutta la vita, a parte forse l’esordio sulla scena con il crudele Kranz, era stato un magnifico Augusto: il ragionier Ugo Fantozzi, l’ultimo dei grandi personaggi comici inventati nel Novecento prima dell’alluvione di caricature effimere e lattiginose al pari dello schermo catodico. Fantozzi e Fracchia, i perdenti della nostra epoca, le vittime della prima civiltà di massa, gli impiegati con la nuvoletta sulla testa pronta a funestare l’esodo di chi non poteva sperare in più di due settimane di ferie, ci insegnavano che ai vertici delle aziende multinazionali sedevano presidenti ben accomodati su poltrone in pelle umana. Abbiamo riso tutti alle avventure private e aziendali scritte e interpretate da Villaggio con cattiveria sulfurea, venata di sadismo. L’affluent society ci stava soffocando, annichilendo, e Fantozzi ne rappresentava lo specchio impietoso. Ma allo stesso tempo in lui si annidava, e in ciò risiedeva la sua grandezza, anche l’inizio della rivolta, il presupposto dell’affrancamento. L’Italia intera si era sentita sollevata in un unico istante dall’uscita sesquipedale, inaudita, dissacratoria del modesto dipendente senza voce in capitolo, costretto dal servilismo a disertare la Coppa dei Campioni per assistere ai capolavori del cinema sovietico proiettati nel cineforum aziendale: “La corrazzata Potemkin è una cagata pazzesca!” La sua intrattenibile esplosione al momento del dibattito aveva risuonato come l’inno di ogni riscossa. Era l’urlo di Spartaco, la fine dell’albagia dei critici marxisti alla Guido Aristarco che imponevano il pensiero unico, e grigio, tramite il dispotismo intellettuale e la proscrizione di ogni dissenso. Era la rivolta degli schiavi destinati ad essere schiacciati dalla storia, calpestati sotto lo stivale chiodato, che pure in nome di quella ciclopica risata vedevano spezzarsi un sortilegio, il dissolvimento della retorica dominante che ci condannava a una afasia carica di sensi di colpa. Fantozzi con la sua bieca ‘ignoranza’, con la spontaneità dell’idiota, rompeva l’assedio del conformismo culturale troppo spesso di comodo (come rivelava Pier Paolo Pasolini), e inaugurava – ma allora non potevamo saperlo – il crollo dello sciocchezzaio intoccabile, dell’allineamento acritico, dell’accidia mentale; e ben ultimo, del buonismo d’ordinanza che avrebbe caratterizzato il passaggio al nuovo millennio. Nel bene e nel male: con la fine delle ideologie, la scomparsa dei partiti e l’avvento della cosiddetta antipolitica, una locuzione a effetto utilizzata per demonizzare l’opposizione popolare – politica, politicissima! – e camuffare le colpe assai gravi di una casta rapace e tuttora inscalfibile a distanza di dieci anni dalle denunce giornalistiche di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo.

Ma questa è ormai parasociologia. Tornando nel nostro campo che è quello dell’arte, il recinto dei clown del circo in cui Federico Fellini vedeva rappresentata l’intera umanità, in Paolo Villaggio il Maestro riminese aveva ben individuato il Clown Bianco sotto le spoglie dell’Augusto; ne aveva percepito la doppia natura: da un lato la insolente subalternità del buffone, dall’altra il conformismo sprezzante e aristocratico dell’algido pagliaccio con il viso spalmato di biacca e indosso sfarzosi abiti di seta. Lo aveva così chiamato per la sua ultima opera, il film testamento. Ma ancora prima, quando vagheggiava una possibile seconda chance del suo film mai nato, aveva pensato a lui per la parte di Giuseppe Mastorna, il violoncellista che a causa di un incidente aereo si ritrova nell’altro mondo a fare i conti con tutti i suoi fantasmi. Federico aveva avvertito la vibratilità nevrotica di un attore che si era nascosto dietro una maschera, ma che era capace di calarsi con innato talento nelle spoglie di un altro individuo, di  un personaggio borderline con un piede sul confine tra normalità e follia. Ne aveva fiutato il terrore della morte, il ribrezzo per la vecchiaia, la scontentezza, la rabbia repressa, lo spaesamento di fronte a una società sempre meno condivisibile, da cui prendere le distanze senza cedimenti, piuttosto preferendo slittare in una dimensione mentale parallela e irraggiungibile. Un personaggio che ci è familiare perché contiene le nostre paure, le nostre idiosincrasie, le nostre caparbie, ringhiose resistenze nei confronti di una collettività che ci pare di non comprendere più, in una età anagrafica che ci sospinge soltanto al congedo.

Tutto ciò avrebbe dovuto rappresentare Villaggio ne La voce della luna, e che infatti seppe interpretare superbamente nelle mani di Fellini a cui da subito si era affidato con profonda riconoscenza. Finalmente era stato ‘scoperto’, apprezzato dal maestro dei maestri, chiamato ad evadere dalle farse a catena che ormai risultavano una sorta di prigione, e ad esibirsi in un film vero, d’autore, che ne avrebbe saputo esaltare il talento. Come anche avverrà, tre anni più tardi nel 1993, con Ermanno Olmi che, seguendo l’intuizione di Fellini, lo volle per protagonista di “Il segreto del bosco vecchio”, dal prodigioso romanzo di Dino Buzzati, in cui incarnava il colonnello in pensione Sebastiano Procolo, anima prava e in apparenza irredimibile, incattivito da una vecchiaia senza affetti ma con in petto un cuore di marzapane.

Fellini, come suo solito, aveva disegnato nel film due personaggi che racchiudevano altrettanti aspetti della propria personalità; come era accaduto ne La strada, con Zampanò e il Matto, o per La città delle donne con Snàporaz e Katzone,  o ancora in Ginger e Fred con Pippo Botticella e Amelia Bonetti; e infine con sfumature e sdoppiamenti diversi in quasi tutta la sua opera.

Il rapporto tra interprete e regista, tra Paolo e Federico, si era presto improntato a una immediata, spontanea complicità, le parti in commedia si erano da subito delineate con grande nitidezza; Benigni era il puer aeternus che non riesce a conformarsi alla società in cui vive, si rifiuta di crescere, esprime l’aspetto panico della natura, ascolta la voce dei pozzi, cioè i cavernosi messaggi dell’inconscio di cui riesce a decifrare i significati, e si sottrae con mercuriale imprendibilità a ogni regola e imposizione, inseguendo l’amore e la poesia, la creatività dello spirito a dispetto di ogni convenzione, la libertà del discolo da pagare anche a caro prezzo. Benigni, cioè Ivo Salvini è Pinocchio, che non potrà mai essere ricondotto a una esistenza regolare neppure dalla fata Turchina, nonostante il finale consolatorio della fiaba. E infatti il sembiante che Federico gli assegna con il trucco, è pinocchiesco; la gesticolazione, le domande indisponenti, sono quelle di una marionetta. Il regista aveva già in mente per lui il ruolo del vero Pinocchio: nel progetto intitolato L’attore, a cui stavamo lavorando, erano previste alcune sequenze dal capolavoro di Collodi in cui Benigni avrebbe dovuto impersonare il burattino. E già idealmente era stato scritturato anche Paolo Villaggio nei panni dell’Omino di Burro, il cocchiere infame dalle maniere melliflue e dalla vocina rassicurante, che si occupa di attirare i ragazzi svogliati sul suo carro, tirato da dodici pariglie di ciuchini, per condurli nel Paese dei Balocchi dove verranno a loro volta trasformati in somari.

Ne La voce della luna Villaggio è il prefetto Gonnella che mostra il culo ai vecchioni, vicini d’appartamento, per non essere contagiato dalla loro decrepitezza. O anche apre la porta della propria stanza, all’improvviso, cacciando dentro il naso per sentire se c’è lezzo di vecchiaia. E che infine in una discoteca insopportabilmente chiassosa e triviale vagheggia l’armonia perduta stringendo tra le propria braccia, in un walzer romantico, la sua amante clandestina di tutta la vita!

Villaggio era diventato così caro a Fellini che il regista l’aveva chiamato di nuovo sul suo ultimo set, nel 1991, per realizzare gli spot pubblicitari di un grande istituto di credito. Erano tre microstorie tratte addirittura dal suo gelosissimo Libro dei Sogni, a cui aveva strappato i soggetti piuttosto angoscianti, generati dai sensi di colpa, ma che tuttavia tradotti in chiave tragico-farsesca dall’estro di Villaggio, avrebbero potuto funzionare. Ne uscirono tre miracolose miniature. All’attore Federico aveva affidato la figura del proprio alterego: uno scambio delicato e commovente, una vera promozione sul campo. La consegna di uno stemma araldico di nobiltà.

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