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Il realismo magico di Jeremy Corbyn

 

Sarà perché ricorre il cinquantesimo anniversario dalla pubblicazione di “Cent’anni di solitudine”: il capolavoro di Gabriel García Márquez che portò una ventata di novità e di libertà nel panorama della letteratura mondiale.
Sarà perché siamo al centro di un cambiamento d’epoca, con il trentennio neo-liberista che ormai mostra la corda di tutti i suoi fallimenti.
Sarà perché Jeremy Corbyn, oltre ad essere autentico, risulta anche simpatico, e diciamo che i due aspetti sono in correlazione.
Sarà per tutti questi motivi, fatto sta che il voto inglese, che ci ha restituito un Regno Unito senza maggioranza, con un Parlamento sostanzialmente “appeso” e un’incertezza sul futuro che non si respirava da decenni, rende bene l’idea di ciò che sta avvenendo nel mondo.
Se si esclude la Francia, dove di fatto sono crollati i due partiti storici su cui si fondava la Quinta Repubblica, con l’avanzata, tuttavia, di un soggetto rivoluzionario come quello di Jean-Luc Mélenchon, non c’è dubbio, infatti, che nelle urne globali soffi un vento di sinistra che non spirava ormai da oltre trent’anni.

E l’aspetto che sorprende unicamente alcuni commentatori saccenti, ma non certo coloro che hanno mantenuto un minimo contatto con la realtà, è che i primi a non poterne più di questa barbarie che li ha privati di ogni speranza, di ogni prospettiva e persino di un briciolo di dignità, sul lavoro come nella vita, siano proprio i giovani.
I ragazzi di Sanders, i ragazzi di Corbyn, i ragazzi di Podemos e del NO al referendum, i ragazzi che in Francia hanno spinto la France Insoumise al 20 per cento e che chiedono una nuova agenda globale, i ragazzi che si riconoscono nella predicazione di papa Francesco e nel suoi costante incitamento a porre nuovamente l’uomo al centro dei processi di sviluppo, questa generazione, in un decennio, è diventata protagonista.
Non ne faccio una questione rottamatoria, non banalizzo e non credo affatto, al pari dei miei coetanei, che si debba cacciare qualcuno o dar vita ad una pericolosa quanto inutile contrapposizione generazionale. Credo, al contrario, che questo ritrovato protagonismo politico dei giovani, questo loro pervicace ripudio del consumismo sfrenato e dell’immaginario tipico del neo-liberismo, questa loro attenzione nei confronti dell’ambiente, dei diritti umani e civili e della pace, questo loro rifiuto di porre in contrapposizione i diritti sociali e quelli civili, questo loro desiderio di includere e di vivere in una società aperta, in contrasto con le chiusure e l’odio che, purtroppo, caratterizzano i loro coetanei che sfogano nel jihadismo le proprie frustrazioni, questa generazione, insomma, sta imponendo, col proprio voto, un’altra idea di società.

E il fatto che abbia come punti di riferimento dei personaggi che potrebbero essere i loro genitori o addirittura i loro nonni, deriva dal fatto che in essi ritrova quell’autenticità, quella passione civile, quella bellezza interiore e quei valori che per troppo tempo le generazioni successive, cresciute a pane e thatcherismo, sociale e politico, non sono state in grado di offrire.
Perché le marce del reverendo King, le battaglie per i diritti dei neri, i Beatles, la Swinging London e tutti gli elementi che hanno composto l’immaginario collettivo di un’epoca in cui la parola d’ordine era “speranza” non possono che far sognare una generazione che era bambina quando due aerei squarciarono le Torri Gemelle, che è vissuta sempre nell’incubo del terrorismo e della paura e che, infine, è diventata adulta negli anni della crisi e del crollo di un modello sociale e di sviluppo.
Sanders, Corbyn, lo stesso Mélenchon e direi anche papa Francesco, col loro profumo di lotta e di impegno, di etica e di princìpi, costituiscono dunque una forma adulta di ribellione pacifica che non chiede sangue e non propone alcuna forma di violenza bensì mira a ricostruire quel tessuto sociale che quasi quarant’anni di alienazione della persona ed esasperazione dei conflitti, delle disuguaglianze e dell’individualismo hanno distrutto.
Piacciono e ottengono consensi, quindi, non perché urlino e sgomitino più degli altri ma perché non rottamano nulla e nessuno bensì si fanno interpreti della necessità di costruire cattedrali, senza limitarsi ad impilare un mattone sopra l’altro ma indicando l’orizzonte di tanta fatica e di tanta sofferenza.

Personalmente, in questi anni, ho compreso le potenzialità di questi vecchietti terribili partendo da alcune osservazioni familiari: quando viene a casa un coetaneo dei miei genitori (che, più o meno, hanno l’età di Corbyn), vuole parlare con me; quando viene un mio coetaneo, vuole parlare con loro. E non è diverso ciò che ho osservato guardando le immagini di Occupy Wall Street a Zuccotti Park, dei ragazzi accampati alla Puerta del Sol di Madrid, dei tanti giovani innamorati del partigiano Hessel e del suo invito ad indignarsi e, subito dopo, ad impegnarsi per costruire una società diversa e migliore, delle folle oceaniche di ventenni che accolgono il Pontefice in ogni angolo del mondo. E anche Obama, se ci pensate, ebbe fra i suoi primi sostenitori sia i ragazzi di vent’anni sia coloro che ricordavano il discorso del Lincoln Memorial Hospital e la marcia di Selma di Martin Luther King nonché un signore di nome Edward Moore Kennedy, detto Ted, il cui messaggio a favore del giovane senatore afro-americano fu che il sogno dei suoi fratelli era ancora vivo e che la nuova frontiera di John e Robert Kennedy dovesse essere nuovamente spalancata sulla complessità del Ventunesimo secolo.
Quello di Corbyn è, pertanto, il realismo magico di un utopista concreto, di un sognatore indomito, di un leader politico che non ha perso la tenerezza e, soprattutto, non si è arreso alla vulgata dominante fino a ieri, portando la sua Macondo fuori dal quarantennio di solitudine in cui la vera destra e la falsa sinistra l’avevano confinata.
Perché la storia non è finita e, per citare un leader politico di cui fra qualche giorno ricorre il trentatreesimo anniversario della scomparsa, nemmeno la passione.

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