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A Cannes a vincere è stata la realtà

 

La straordinaria Fortunata interpretata da Jasmine Trinca, Sofia Coppola regista de “L’inganno” e Diane Kruger in “In the Fade” sono state le tre protagoniste principali di questa settantesima edizione del Festival di Cannes, terminato in una settimana nella quale abbiamo salutato sua maestà Roger Moore, ossia l’unico degno erede di Sean Connery nel ruolo di 007.
E poi c’è stata una protagonista assoluta della quale, specie quando si parla di cinema, si tende purtroppo a sottovalutare l’importanza, ossia la realtà. Perché la vera caratteristica delle opere premiate a Cannes e di questa stagione del cinema mondiale è quella di avere assai poco a che fare con le atmosfere fiabesche in stile “La La Land” e molto in comune con lo stile narrativo di alcune epoche d’oro della storia del grande schermo, come ad esempio quella a cavallo fra gli anni Quaranta e gli anni Sessanta.

Il cinema mondiale, al pari di una certa letteratura, avverte infatti il bisogno, comprensibile e giusto, di portare in scena la realtà nelle sue molteplici sfaccettature, con la sua complessità, i suoi drammi, le sue assurdità e il suo dolore, spiegando le ragioni della sofferenza e dell’incertezza, del terrorismo, della cattiveria, dell’odio e ciò che esso comporta (per giunta nei giorni dell’attentato di Manchester), fino ad irrompere nelle sale cinematografiche con quel portato di autenticità che ormai è richiesto dalla maggior parte degli spettatori.
A voler essere sinceri, non è stata una delle edizioni più esaltanti della kermesse francese; fatto sta che ha rafforzato questa tendenza globale ad evitare le vicende smielate, i musical e altre amenità, buone per tempi normali e in cui è chiara la direzione di marcia del pianeta, e a premiare le trame che inducono invece a riflettere, a interrogarsi, a compiere analisi attente e spesso colme di rabbia e di disincanto sulle tragedie della contemporaneità.
Era successo già a Los Angeles alcuni mesi fa ed è accaduto anche in un paese come la Francia, sconvolto da vari attentati terroristici e da poco uscito da una competizione elettorale destinata a segnare a lungo la sua storia e le sue vicende politiche. Non è assurdo pensare, pertanto, che possa accadere anche in Italia e che pure Venezia, dopo la fatata notte americana e i tappeti rossi della Croisette, decida di farsi trafiggere dalla barbarie di una fase del nostro pianeta in cui sono l’incertezza, la paura e le incomprensioni a farla da padrone.
Non è stata un’edizione esaltante, ribadiamo, ma, quanto meno, anche grazie alla bravura di attori e registi che non hanno nulla da invidiare a quelli premiati in passato, è stata un’edizione sincera, in sintonia con il sentire comune e in grado di creare con esso quella che un tempo si sarebbe definita un’identità di vedute o, meglio ancora, una connessione sentimentale. Non ci è andata poi così male.

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