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Totò: il riso amaro di un genio

 

Il principe Antonio De Curtis, per tutti Totò, almeno in vita, fu poco amato ed ancor meno capito dalla critica. Non piaceva la sua ironia, che spesso costituiva un riso amaro e disincantato, né il suo apparente disimpegno politico, non essendo un artista votato ad una qualche causa politica o sociale, non avendo una parte per cui battersi e non appartenendo a nessuno se non al suo pubblico.
Non a caso, la gente comune lo adorava e aspettava i suoi film con trepidazione mentre una certa critica, sedicente impegnata, arrivava a firmarsi “Vice” pur di non accostare il proprio nome alle recensioni, quasi sempre negative, dei suoi film.
Era una maschera venuta dalla strada, figlio di una popolana che aveva compiuto ogni sorta di sacrificio per crescerlo e tenerlo lontano dalla malavita; aveva patito la fame e sofferto l’esclusione, il ripudio, lo scherno e le cattiverie più feroci, il che, essendo d’animo buono, gli aveva conferito, per reazione, una generosità ed un altruismo fuori dal comune.

Totò donava, Totò si faceva portare nei quartieri popolari e lasciava sotto l’uscio di chi aveva poco o nulla buste piene di banconote, Totò per tutto questo non ha mai chiesto niente in cambio, come non ha mai chiesto nulla ai suoi registi né a chiunque lo incontrasse, chiuso com’era in una malinconia che gli derivava in parte dalla cecità quasi totale che lo affliggeva  e in parte dal fatto di sentirsi, a ragione, un incompreso.
E lo era, avendo scelto di rimanere se stesso, di trasformarsi in una maschera piuttosto che indossare maschere e di recitare il più delle volte a soggetto, portando con sé i rudimenti della commedia dell’arte e le voci della strada, i sentimenti dei poveri e le loro delusioni, i loro sogni e il loro senso di disincanto e d’esclusione.
Che poi, a pensarci bene, non era neanche vero che non si impegnasse a livello politico: non aveva un partito di riferimento, non si batteva al fianco di un qualche sindacato, non sosteneva cause internazionali o di ampio respiro, anche perché probabilmente non se ne interessava o comunque ne capiva poco; fatto sta che rischiò addirittura l’arresto quando prese a sbeffeggiare Hitler e Mussolini nella Roma del ’44, per poi subire le censure democristiane e il sottile disprezzo di una sinistra che lo considerava un artista minore, trascurabile, un estraneo al proprio mondo e al proprio modo di sentire e di intendere la cultura.
Totò, come detto, era se stesso e per capirlo, per comprenderne il pensiero e la personalità bisognava andare a visitare i luoghi della sua infanzia o farsi una chiacchierata con le tante persone che nella sua comicità di strada, nella sua improvvisazione, nei suoi gramelot e nel suo continuo sbeffeggiare l’ipocrisia corrente, i costumi asfissianti e tutti i rituali stantii e privi di senso di un politicamente corretto prossimo al ridicolo intravedevano una forma di ribellione gentile, una boccata d’aria in un oceano di frasi fatte e paroloni altisonanti.

Dapprima non è stato compreso, poi è stato messo alla berlina, infine il suo linguaggio è diventato di uso comune, al punto che molte delle sue battute affollano oggi i pensosi editoriali di tanti ciarlatani che si spacciano per tuttologi e che fanno costantemente ricorso ad un lessico popolare che intimamente disprezzano ma di cui comprendono l’efficacia espressiva.
Il principe De Curtis, uomo incline alla tristezza, segnato dalle vicende della vita, mai stato amante della mondanità e tendente, anzi, alla solitudine e alla meditazione, è stato, è bene sottolinearlo, un intellettuale a ventiquattro carati, capace di castigare ridendo e di indurci a riflettere sui nostri limiti e sulla nostra presunzione di valere più di quanto in realtà non valiamo.
Non è un caso, dunque, che l’unico intellettuale di sinistra che lo abbia apprezzato davvero sia stato un irregolare come Pier Paolo Pasolini: un altro cultore della genuinità, della purezza e della bontà d’animo; un altro utopista ma, al tempo stesso, un genio a sua volta incompreso e proprio per questo universale, capace di rompere i vecchi steccati e di appartenere alla comunità nel suo insieme.

E non è un caso nemmeno che Totò, che improvvisava con chiunque, spesso rendendo dei copioni insipidi e dalla trama debole dei veri e propri gioielli dell’arte comica, non è un caso che con Pasolini abbia rispettato alla lettere il suo copione, in quanto sentiva di poter essere se stesso anche senza inventare nessuna battuta.
Se ne andarono a pochi di distanza l’uno dall’altro, Totò e PPP, e tutti coloro che in vita non vollero nemmeno incontrarli presero improvvisamente a magnificarne la grandezza, a chiederne la rivalutazione, a beatificarne il genio e a trasformarsi in esegeti del loro pensiero e dei loro capolavori.
E me l’immagino lassù questi due maestri fuori dagli schemi, mentre si confrontano, si perdono nei ricordi e riflettono sul degrado della società, sull’abbandono degli ultimi e sulla fragilità di un mondo nel quale si è perso ogni barlume di dolcezza e di umanità.
E quando passano i soliti untuosi personaggi di cui nessuno, per fortuna, conserva la memoria, profondendo elogi e lasciandosi andare ad ogni sorta di salamelecco, dopo averlo offeso e calunniato per tutta la vita, non ho dubbi che il principe della risata si alzi, scruti l’interlocutore con i suoi occhi che vedono poco ma i cialtroni li distinguono all’istante e, dopo un leggero spintone, esclami con ironica fermezza: “Ma mi faccia il piacere!”.

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