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Gabriele del Grande sarà espulso dalla Turchia ma centinaia di colleghi restano in carcere. Il 2 maggio sit-in per libertà informazione

 

Quarant’otto ore in un carcere turco e poi l’espulsione, questo il destino per Gabriele Del Grande, blogger, scrittore e regista lucchese fermato dalle autorità turche vicino al confine con la Siria. A chiarire la sua posizione e a fornire informazioni sul caso sono fonti diplomatiche italiane in Turchia.
La Farnesina, attraverso il consolato a Smirne e l’ambasciata ad Ankara, seguono con estrema attenzione e cautela la vicenda del 35enne bloccato nella provincia sud-orientale dell’Hatay, al confine con la Siria, dove probabilmente si stava recando.
Del Grande era sprovvisto del permesso stampa che viene concesso prima della partenza. In caso contrario non è permesso svolgere il proprio lavoro nel Paese. La Turchia è molto rigida sul rispetto delle regole da parte degli operatori dell’informazione e le procedure si sono ulteriormente irrigidite dopo il fallito golpe dello scorso 15 luglio.
Autore del blog Fortress Europe, Del Grande si occupa in prevalenza di temi migratori, in particolare ha seguito storie legate alle rotte, alle problematiche e alle morti nei naufragi dei migranti nel Mediterraneo.
Nel 2013 ha anche realizzato un lungo reportage sulla guerra in Siria.
La sua disavventura dovrebbe dunque concludersi entro 2-3 giorni con un foglio di via e il divieto di tornare in Turchia. Il rientro in Italia è previsto per giovedì.
Ma mentre Gabriele riacquisisce la sua libertà, seppur gli venga impedito di portare avanti i suoi impegni professionali, centinaia di colleghi restano in prigione.
Come Ozkan Mayda, giornalista sportivo turco, da quasi 10 mesi in carcere senza che gli sia stato contestato alcun reato, e Deniz Yucel, corrispondente dalla Turchia di Die Welt, con doppia nazionalità, tedesca e turca. O Nazli Ilicak, giornalista veterana ed ex parlamentare, che a 73 anni è costretta in una cella in attesa di un processo dove sarà giudicata per favoreggiamento di quella che è ritenuta l’organizzazione terroristica guidata da Fethullah Gulen, Feto, come tanti altri giornalisti finiti nel mirino di Recep Tayyip Erdogan.
Ma nelle galere di Istanbul, in attesa di processo, ci sono oltre 155 tra cronisti, blogger e altri operatori dell’informazione.
Ed è per loro, per ognuno di loro, che Articolo 21, ha nei mesi scorsi lanciato una proposta a tutta la stampa italiana: ogni testata ‘adotti’ un caso, ‘illuminando’ le storie di chi dietro le sbarre non può più raccontarle. Solo in questo modo possiamo contrapporci concretamente al bavaglio turco, alle repressioni nel Paese che si abbattono indiscriminatamente su militari, società civile, stampa, mondo accademico.
Per esprimere solidarietà ai colleghi arrestati e ribadire la nostra ferma opposizione al bavaglio turco, il 2 maggio insieme alla Federazione nazionale della stampa, NoBavaglio Pressing, Amnesty International e molte altre organizzazioni per i diritti umani animeremo un sit-in davanti a Montecitorio per far sentire la nostra vicinanza ai tanti giornalisti costretti al silenzio e per celebrare la Giornata Mondiale per la libertà di stampa.

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