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La Siria di Aleppo, un’incognita inquietante. Intervista a l’Imam di Trieste Nader Akkad

 

Il 21 dicembre dello scorso anno, alla sede di Roma della FNSI, si è tenuta una conferenza su gli atroci fatti di Aleppo. Tra i partecipanti, l’Imam di Trieste Nader Akkad, nato ad Aleppo, Presidente della comunità arabo-siriana in Italia, ricercatore e ingegnere. Lo abbiamo ricontattato per Articolo 21, intervistandolo sul “day after” siriano, dopo il ritorno al potere di Bashar al-Assad, favorito dai bombardamenti russi e l’intervento iraniano.

Ora che riflettori dei media sono spenti su Aleppo, qual è la situazione laggiù? Che cosa è cambiato da dicembre, dal nostro incontro alla FNSI?
Sebbene siano cessati i bombardamenti da parte dell’aviazione siriana, continuano le vendette e le esecuzioni sommarie; se molti ribelli sono evacuati dalla parte est della città, tanti sono i cittadini rimasti, che temono la condizione di profughi, e di perdere quel poco che è sopravvissuto alle bombe. Scarseggia l’acqua potabile, e manca riscaldamento ed energia elettrica.

Esiste un’occupazione russa o iraniana nella città dopo la resa dei ribelli?
La città è sotto il controllo totale delle truppe di Assad, coadiuvate dalle milizie scite iraniane, irachene e dagli Hezbollah libanesi. Non ci sono soldati russi ad Aleppo.

Secondo Lei, sarà mai possibile in Siria un processo democratico che possa spodestare Assad attraverso libere elezioni e senza spargimenti di sangue?
Grazie all’intervento russo-iraniano, la posizione del dittatore ne è uscita molto rafforzata; le sue truppe, allo sbando fino a qualche anno fa, combattono ora in modo ordinato e con una strategia chiara, ai fini di riconquistare il terreno perduto. In questo quadro, ritengo improbabile nel breve e medio termine la possibilità di elezioni democratiche, un concetto che non è mai stato familiare in Siria. Tuttavia, la gente è stanca della guerra, ma l’opposizione siriana libera è oggi un’astrazione, in un clima di vendetta e recrudescenza del regime.

Il controsenso di una dittatura alauita, cioè scita, in un Paese a maggioranza sunnita, rientra secondo Lei in un processo di espansione teocratica sotto la regia degli ayatollah di Teheran, coadiuvati dagli Hezbollah libanesi?
Il regime iraniano ha avuto sempre un ottimo rapporto con il potere siriano laico, proprio perché era sotto l’influenza della minoranza alauita; nello stesso tempo, il rafforzamento militare libanese degli Hezbollah passava per la Siria. Ora dopo il ritorno al potere in Siria del loro protetto, emerge chiaro il progetto di una mezzaluna scita hussainita che si estenda dall’Iran, passando per Iraq e Siria, fino al Sud del Libano. L’egemonia scita sta diventando un fatto, non è più un’ipotesi azzardata.

Le persecuzioni dei curdi da parte del regime di Erdogan, sono aumentate ai confini con la Siria, dopo l’ingerenza turca?
L’intervento turco aveva tre scopi precisi:

  • Impedire un territorio controllato dai curdi al confine sud della Siria.
  • Rintuzzare il prestigio curdo a livello internazionale, dopo la conquista della città di Kobani e la prima sconfitta di Daesh (Isis) ad opera delle milizie curde sostenute dagli USA.
  • Dare un appoggio ai ribelli siriani rafforzandoli contro Assad a livello militare e politico, intervenendo contemporaneamente contro Daesh, ai fini di controbattere l’opinione internazionale che accusava la Turchia di complicità con Isis.

Per cui considerando la tardiva alleanza di Erdogan con Putin, possiamo definire il suo un vero e proprio voltafaccia.
Erdogan ha cambiato strategia dopo il fallito golpe; si è avvicinato molto alla Russia, allontanandosi dall’America che ospita il suo nemico n° 1 Fethullah Gulen, presunto stratega del golpe del 16 luglio 2016. La sua proposta alla Russia verteva su un cessate il fuoco immediato, la creazione di una zona cuscinetto di non conflitto nel nord siriano, e infine un accordo a lungo termine di preludio alla pace, tra il regime e l’esercito siriano libero. Il primo segnale positivo di tacito consenso a tale accordo è stato il nulla osta alla fuoriuscita dei combattenti ribelli da Aleppo Est, consegnandola poi al regime siriano secondo i voleri russi. L’ambiguità di Erdogan è dovuta al fatto che le sue priorità sono cambiate: non più la caduta del regime siriano, bensì impedire l’espansione curda ai suoi confini, creare una zona di pace per fermare il continuo flusso dei rifugiati siriani in Turchia, e il ritorno degli sfollati nella zona cuscinetto al nord della Siria.

A questo punto, si pone un quesito cruciale su Trump, riguardo sua politica estera nei confronti della Siria, considerando l’atteggiamento anti-migratorio, e soprattutto il rapporto con Putin.
Nel discorso di Trump di fine febbraio al Congresso americano, è emerso a sorpresa un cambiamento, più aperto nei confronti dell’immigrazione che scappa dalle guerre; si ritrovano alcuni concetti di Erdogan, quali la creazione di zone di pace per non fare uscire i siriani dalla loro patria, e la collaborazione in chiave anti-Isis con gli stati musulmani moderati. Pe cui emerge la possibilità di un riavvicinamento con la Turchia, e un’alleanza russo-americana per sconfiggere Daesh in modo definitivo. Cosi facendo, i curdi che erano tra i migliori alleati di Obama, sarebbero tagliati fuori drasticamente, nonostante i loro innegabili meriti sul campo di battaglia contro i fondamentalisti.
Assad ne uscirebbe ulteriormente rafforzato, specie ora che Russia e Cina hanno usato insieme il diritto di veto al consiglio di sicurezza ONU, per bloccare una risoluzione sulle responsabilità del regime nell’uso di armi chimiche.

Ultima domanda: nella veste di uomo di fede, quali sono i Suoi rapporti con il Vaticano e la comunità cattolica in Italia?
Ho incontrato Papa Francesco al suo rientro da Lesbo, dove aveva portato con sé alcuni rifugiati siriani, un’azione per la quale ho ringraziato personalmente Sua Santità. Il Papa è aperto all’accoglienza delle vittime di guerra; i cristiani in Siria sono parte integrante del popolo, e uniti ai musulmani per la libertà e l’emancipazione dalla dittatura di Assad. Ricordo lo slogan: “Wahid Wahid el Shaab el Suri Wahid” Uno, uno, uno, il popolo siriano è uno”. Paolo Dall’Oglio è un grande amico dei siriani, appoggia la lotta pacifica per libertà e democrazia, e condanna le atrocità di Daesh su yazidi e cristiani, pur se molti di loro si sono schierati con Assad; ciò non toglie che cristiani e musulmani aspirino a un futuro di pace in Siria, lontano da violenze, dittatura e terrorismo.

 

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