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Valorizzate la fiction e salvate la RAI. Lettera aperta ad Antonio Campo Dall’Orto

 

Sarà un mio limite, ma non ho ancora ben capito quale sia la strategia editoriale del nuovo amministratore delegato della RAI, dottor Antonio Campo Dall’Orto. Dopo la bocciatura del piano editoriale a firma del duo Verdelli-Merlo, il cui punto di forza consisteva nel trasferimento del Tg2 a Milano, assurta ormai a Mecca nazionale per qualunque cosa, ho la vaga impressione, da giornalista e, soprattutto, da spettatore, che il servizio pubblico non abbia un orizzonte. Diciamo che manca un programma preciso, una meta, un obiettivo concreto verso cui tendere o, quanto meno, l’individuazione di un target di pubblico al quale rivolgersi.
Qualche tempo fa, ad esempio, la direttrice di Raidue, Ilaria Dallatana, si è vantata del fatto che nel corso della sua gestione l’età media degli spettatori della sua rete si è abbassata di un anno: senz’altro una buona notizia ma da qui a dire che la RAI abbia recuperato il vasto pubblico giovanile, assai poco incline a fruire dell’informazione offerta dall’azienda di Stato, ce ne passa. È un buon inizio ma non basterà il pur bravissimo Mika a riavvicinare i cittadini, e in particolar modo la mia generazione, ad una rete che oggettivamente non dà l’impressione di venire granché incontro alle esigenze informative dei giovani.

E non si tratta, come potrebbe pensare qualche osservatore un po’ superficiale, di un’esigenza rottamatoria: non è di altri capelli neri, magari anch’essi toscani, che avrebbe bisogno il servizio pubblico per risollevarsi ma di recuperare la sintonia, la fiducia e diremmo quasi l’affetto che i cittadini nutrivano un tempo nei suoi confronti.
La RAI non funziona perché, per quanto si sforzi, dà l’impressione, specie nel comparto informativo, di non riuscire a raccontare adeguatamente la società contemporanea. Spiccano, in tal senso, alcune buone iniziative assunte dalle testate regionali e dalla TgR nel suo complesso e la bella idea del Tg3 di realizzare un notiziario settimanale dedicato a ciò che accade nel mondo; non male anche il Dossier, anch’esso settimanale, del Tg2 e commendevoli pure alcuni cavalli di battaglia della terza rete come “PresaDiretta”, “Report” e “Chi l’ha visto?”: non male ma non abbastanza. E per il resto, dottor Campo Dall’Orto?
Va bene la kermesse nazional-popolare che ogni anno rinnova i suoi fasti all’Ariston, vanno bene i balli della Carlucci, la terza camera di Vespa e i varietà alla buona ma comunque guardabili di Carlo Conti, va bene tutto e guai a chi dovesse pensare che il servizio pubblico debba rivolgersi unicamente alle élites, in quanto è nato con la funzione esattamente opposta e con l’obiettivo di unificare, anche linguisticamente, il Paese, ma non va, non può andare affatto che la RAI segua, sostanzialmente, canoni e tendenze che erano già obsoleti una trentina d’anni fa.

Caro dottor Campo Dall’Orto, l’impressione che ricavo seguendo le tre reti generaliste è che l’obiettivo che si è prefissato, anche se non lo dice apertamente, sia il “primum vivere”, conservando e consolidando gli spettatori di più antica militanza e non ponendosi la missione storica di ampliare i confini della sua azienda.
Ribadisco: non si tratta di immettere qualche giovanotto di belle speranze qua e là; può essere utile ma non basta. Si tratta, piuttosto, di guardare il mondo contemporaneo e provare a raccontarlo, con la stessa freschezza e lo stesso entusiasmo con cui, ad esempio, Enzo Biagi inventò il primo rotocalco televisivo, con la stessa passione civile con cui Zavoli prese a raccontare il Giro d’Italia, con la stessa vitalità con cui Umberto Eco seppe trovare le parole e i toni adatti per mescolare sapientemente l’alto e il basso, riunendo davanti al teleschermo tanto gli apocalittici quanto gli integrati, tanto gli intellettuali quanto le classi operaie e bracciantili che, anche grazie alla meritoria azione del maestro Manzi, riuscirono nell’impresa, fino a quel momento impossibile, di alfabetizzarsi e di acquisire una cittadinanza compiuta.
Non è, dunque, una critica, la mia, ma uno sprone a guardarsi intorno, a rendersi conto di quanto sia diventata complessa, difficile e vasta la nostra società e di quanto sia necessario indossare nuove lenti per comprenderla e raccontarla ad un pubblico mai così eterogeneo e dotato di paradigmi culturali e interpretativi differenti.
Il terrorismo islamico e il bisogno dei musulmani di guardarsi dentro e di condannare senza se e senza ma quelle azioni riprovevoli, le periferie dimenticate delle nostre grandi città escludenti, le disparità sociali, la sfida dell’immigrazione e dell’integrazione, la lotta contro tutte le mafie, i mutamenti che sta subendo l’Occidente nella stagione di Trump e dei cosiddetti “populismi” con ambizioni sempre più chiare di governo, la sfida dei robot e delle nuove tecnologie, le frontiere rivoluzionarie della ricerca scientifica, della medicina e delle bío-tecnologie: dov’è tutto questo nel servizio pubblico?

Egregio dottor Campo Dall’Orto, lei ha l’onore di dirigere la massima azienda culturale del Paese e ha, soprattutto, la possibilità di attingere ad un patrimonio storico e di risorse umane senza eguali: pensi solo alla grandezza di quella RAI bernabeiana che nel ’63 consentì a Biagi di recarsi nell’Europa dell’est a raccontare con tono disincantato e critico ma non pregiudiziale la vita quotidiana di alcuni paesi del Patto di Varsavia; pensi alla saggezza con cui sempre la RAI di Bernabei raccontò l’ascesa e la tragica fine di Kennedy, il mito speranzoso della Nuova Frontiera e l’avanzata del modello americano, valorizzato persino dalle gemelle Kessler nel loro celebre balletto all’inizio di “Studio Uno”; e ancora, pensi al racconto di Tito Stagno e di Ruggero Orlando in merito alla conquista della luna, al racconto straziante ma completo e dettagliato della barbarie del terrorismo rosso e nero, alla capacità di quella RAI, che pure aveva mille difetti ed era assai più filo-governativa di quanto non lo sia adesso, di far sentire protagonisti tutti coloro che vi si rivolgevano, tanto da mettere in crisi lo snobismo di una parte del PCI, costretto ad adeguarsi al successo di questo nuovo strumento al fine di non farsi scavalcare dai propri stessi elettori. Di questo patrimonio ineguagliabile sono rimaste ampie tracce: le teche, innanzitutto, qualche superstite di quella stagione ma, soprattutto, un metodo, uno stile e una modalità di racconto che vede, ad esempio, in Piero e Alberto Angela due simboli e due punti di riferimento, con quel garbo divulgativo che rende ogni loro trasmissione comprensibile dai più e, al tempo stesso, ricchissima di contenuti.
Egregio dottor Campo Dall’Orto, non lavoro in RAI e non sono iscritto all’USIGRAI ma quando i colleghi le fanno notare che l’oro ce l’ha in casa dicono il vero. Conosco personalmente alcune di queste risorse e posso garantirle che con questo materiale umano potrebbe davvero realizzare il miglior servizio pubblico d’Europa, ad esempio favorendo una maggiore interazione fra il canale all news e le reti generaliste, evitando una concorrenza interna alquanto ridicola e confezionando, al contrario, un prodotto targato RAI la cui qualità sarebbe sicuramente in grado di prevalere sulla concorrenza. Non solo: occorre una narrazione della realtà che sia, finalmente, libera dalla subalternità nei confronti di una classe politica il cui livello complessivo ci dice chiaramente che ogni timore reverenziale è del tutto infondato; senza contare che, data la vastità degli orizzonti contemporanei, si avverte sempre di più il bisogno di frequentare non il mondo della politica ma, per dirla con il senatore Tocci, la “politica mondo”.
In questo contesto, devo dire che l’unico settore della RAI che mi sembra godere di ottima salute sia quello della fiction, capace di produrre film mirabili come “Fuocoammare” e di mettere i piedi nella complessità del reale con serie fresche ma, al tempo stesso, emozionanti come “L’allieva” e “i bastardi di Pizzofalcone”, capaci di valorizzare non solo i nostri migliori attori ma anche il lavoro autoriale di scrittori emergenti come la Gazzola od ormai affermati come De Giovanni, i quali conferiscono ai soggetti una qualità fuori discussione. Senza dimenticare le battaglie contro la mafia e i ritratti di figure encomiabili come Libero Grassi, l’ispettore Mancini, il pescatore di Portopalo che non si voltò dall’altra parte di fronte alla tragedia dei migranti, la storia epica e, al contempo, drammatica del sindaco pescatore di Pollica, la personalità solida e coraggiosa di Boris Giuliano e poi l’ironia tagliente di PIF, sempre contro il cancro mafioso, e molte altre produzioni di grande spessore, fino ad arrivare alle grandi serie popolari come “Don Matteo”, “Un medico in famiglia” e “Che Dio ci aiuti”, le quali, oltre a garantire un sicuro successo di pubblico, riescono anche a veicolare con leggerezza messaggi importanti e costruttivi. Infine Montalbano, il vero capolavoro della RAI, in grado, per dirla con Vincenzo Vita, di realizzare il sogno di Umberto Eco di mescolare i vari linguaggi, al fine di rendere il prodotto culturale di vasto consumo, favorendo l’elevazione morale e sociale dei ceti meno abbienti.

Quella di Camilleri, di Alberto Sironi e della Palomar di Degli Esposti è davvero un’utopia realizzata, una meraviglia premiata da ascolti sanremesi e una scommessa sul futuro, oltre che un’eredità di cui potranno beneficiare anche le future generazioni, proprio come noi abbiamo oggi il privilegio di poter rivedere i grandi varietà, i grandi sceneggiati e alcuni grandi approfondimenti del passato.
Perché ogni volta che si realizza un prodotto culturale bisognerebbe preoccuparsi anche, per non dire soprattutto, dell’eredità che lasceremo alle future generazioni, proiettando lo sguardo oltre il ristretto orizzonte contemporaneo.
Le risorse ci sono, dottor Campo Dall’Orto, la RAI può e deve fare tutto ciò, onde evitare che possano riprendere slancio le pulsioni, peraltro mai sopite, di chi vorrebbe privatizzare l’azienda e farne sfiorire le peculiarità che la rendono unica nel panorama culturale italiano.
Affinché ciò accada, tuttavia, è necessario che anche il governo, soprattutto questo esecutivo guidato da un ex ministro delle Telecomunicazioni nonché tra i fondatori della nostra associazione, si assuma le proprie responsabilità, rinnovando alla svelta la concessione con la RAI e dando attuazione alla bellissima Carta d’identità per il servizio pubblico realizzata da Renato Parascandolo in collaborazione con gli studenti delle scuole di tutta Italia.
Una politica che liberi la RAI da ogni vincolo, un’informazione autonoma e autorevole, un progetto comune volto alla crescita culturale del Paese e all’emancipazione di quelle ampie fasce della popolazione cui la bassa scolarizzazione inibisce l’accesso ai migliori livelli salariali, un patto di cittadinanza che parta dal sapere e l’inclusione e l’illuminazione a giorno di tutti quei soggetti e quelle parti della società da sempre trascurati dall’informazione cosiddetta “ufficiale”: questa dovrebbe essere la missione del servizio pubblico nei prossimi cinquant’anni; un servizio pubblico capace di andare a braccetto con le nuove tecnologie e di interpretare la nuova realtà digitale, con il suo bisogno di reti orizzontali e di un maggior protagonismo della collettività.
Egregio dottor Campo Dall’Orto, perché non raccoglie questa sfida?

P.S. Dedico quest’articolo a Danilo Mainardi, etologo e volto storico di Superquark. Un amante della natura e degli animali, un grande divulgatore e un uomo onesto e mite: che la terra gli sia lieve.

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