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Da “Moonlight” a “Barriere”. Il 2016 sarà ricordato come l’anno  del cinema all black

 

Anche se la sua statuetta agli Oscar è sembrata figlia di uno scherzo, Moonlight è di nome e di fatto il miglior film dell’anno. Una storia di neri raccontata da neri, con protagonisti neri. Eppure, questo Moonlight firmato da Barry Jenkins, è la storia meno nera che ci giunga dal cinema d’Oltreoceano. Se fino a ieri un protagonista africano-americano era infatti ovvio in titoli firmati da Spike Lee o da John Singleton – schermi arrabbiati di protesta/margine/antagonismo -, dopo la protesta virale degli #OscarsSoWhite dello scorso anno l’intera produzione cinematografica americana ha subìto una virata. E i risultati eccoli qui, arrivati dopo una lunga onda nelle nostre sale, dove in questi giorni possiamo godere di due titoli all-black di primissimo livello.

Iniziamo dal titolo meno conosciuto e che agli Oscar è rimasto a bocca asciutta: Barriere di e con Denzel Washington. Un film di vecchio stampo, trasposizione su schermo di un’opera teatrale scritta da August Wilson nel 1985, vincitrice di un Pulitzer e di un Tony Award. E’ il racconto di un’America del dopoguerra (Pittsburgh) raccontata attraverso la vita di Troy Maxon (Denzel Washington medesimo), un nero invadente e narcisista, figlio della miseria e della violenza, che non riesce a sottrarsi dal riproporre lo schema ancestrale con i suoi figli e sua moglie. Un padre-padrone, un gigante chiassoso e ubriaco, netturbino attaccabrighe incapace di conciliarsi con la vita e con l’amore. Perché la pasta martoriata con cui è stato modellato non conosce conciliazione. Un personaggio “bigger than life”, uomo tipico di una generazione sopravvissuta alla guerra e alla fame, poche smancerie, molto lavoro, scarsissima istruzione  e qualche sbruffonaggine.

Denzel Washington conosce bene il suo Troy (lo ha portato in teatro lui stesso, in passato) e gli regala una dimensione cinematografica di indimenticabile potenza. Sicuramente si è regalato il suo ruolo migliore sino ad oggi, aiutato da comprimari suoi pari, tra cui la magnifica Viola Davis a cui Hollywood ha reso omaggio con l’Oscar per la migliore attrice non protagonista. Per quanto grandioso, Barriere si muove comunque su un solido terreno storico-biografico, con un’impostazione teatrale a cui Washington rimane fedele nella regia e nell’interpretazione. Il testo di Wilson ne esce spolverato a nuovo, potente come e più di trent’anni fa.

Se parliamo invece di Moonlight, allora il gioco “all-black” si fa più duro. Perché il film di Barry Jenkins non è solo ben fatto e ben recitato, ma sembra nel suo complesso riscattare la produzione africano-americana made in Usa dall’angolo protestatario in cui era (e si era) stata confinata. Qui si parla di cinema di prima fila, quello che dialoga con tutti, che sceglie un povero cristo di uno sputo di paese e ne fa una narrazione universale. Anche se la storia è tipica black.

A Liberty City (Miami) Chiron è un ragazzino emarginato al quadrato: ha una madre che si fa di crack, è nero, è più piccolo degli altri, è timido e probabilmente è anche frocio, come lo chiamano i suoi compagni (“ehi, you faggot”). Lo vediamo crescere, diventare adolescente e poi adulto. La sua vita esteriore sembra cambiare, ma quello che gli è successo dentro, quello che continuiamo a leggere nei suoi occhi, non cambia. Anzi si consolida, diventa una condanna a vita.

Tratta anche questa storia da uno scritto teatrale mai pubblicato (“In Moonlight Black Boys look Blue”, di McCartney), per Barry Jenkins i critici non citano Spike Lee ma Hou Hsiao Hsien, Wong Kar Wai, alcuni si spingono fino a Pasolini. Niente neo-realismo o neo-miserabilismo – definizione dello stesso Jenkins – ma ricerca temporale (tre momenti staccati, quasi tagliati, della storia di un unico personaggio) e intima (gli occhi, come unico trait-d’union fra i tre uomini), di luoghi (il mare e le palme, non solo il ghetto), di silenzi (l’omosessualità negata ma anche custodita).

Una scommessa alta e vinta, quella di Barry Jenkins (che ci mette anche del suo, vista la sua storia personale con la madre crack-dipendente), che si porta a casa il primo Oscar nella storia del cinema americano ad un film “tutto nero”, a tematica Lgbt e a budget ridotto.

Una vera bomba, un altro titolo turning-point nella ricca storia produttiva dell’appena trascorso 2016. Un “Chiaro di luna” da appuntarci sul diario delle nostre notti più profonde.

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