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Tzvetan Todorov e la società multietnica

 

Con Tzvetan Todorov se ne va uno dei più grandi intellettuali del Ventesimo secolo e un uomo che aveva capito prima e meglio di altri le caratteristiche, le sfide e le prospettive del Ventunesimo.
Perché Todorov, bulgaro naturalizzato francese, era, al pari di Bauman e Matvejević, una delle poche coscienze critiche rimaste in un’Europa che sembra correre ad ampie falcate verso la propria dissoluzione, perdendosi fra incomprensioni, odi, rancori e, quel che è peggio, una sorta di terrore verso il futuro.
Todorov, invece, amava il prossimo e credeva nel futuro, affrontando quella lotta quotidiana chiamata vita con l’entusiasmo e la passione di chi ne ha viste tante e ha ormai l’esperienza necessaria per sopravvivere a qualunque marea, riaffermando grazie allo studio, alla conoscenza e alla costante osservazione della realtà sociale che ci circonda i valori cardine della dignità umana.

Filosofo, sociologo, teorico della letteratura, in aperto contrasto e sempre pronto a denunciare ogni forma di barbarie, egli era diventato, nel corso degli anni, un teorico del multiculturalismo e della società multietnica, asserendo saggiamente che fosse impossibile, e per nulla auspicabile, tornare indietro lungo il cammino della civiltà che ci aveva portato, dopo decenni di scontri e di conflitti, ad una convivenza pacifica e all’apertura nei confronti di altre culture e tradizioni.
Non a caso, pochi giorni dopo gli attentati di Nizza che misero in ginocchio la Francia e indussero molti analisti e commentatori a domandarsi se non fosse il caso di rinunciare a qualche nostra libertà, in nome di una maggiore sicurezza e di una doverosa difesa dalla ferocia del terrorismo jihadista, Todorov teorizzò esattamente l’opposto, spiegando che il multiculturalismo “è lo stato naturale di tutte le culture. La xenofobia, le pulsioni sull’identità tradizionale non sono destinate a durare. Una cultura che non cambia è una cultura morta”. E aggiunse: “Ho paura che l’Europa possa diventare come Israele, con misure di sicurezza così restrittive i cui benefici secondo me sono minori rispetto alle conseguenze negative. Dare troppo potere all’intelligence e alla sorveglianza, senza limiti e senza punire gli abusi, è il primo passo verso uno stato totalitario”.
Per Todorov, al contrario, “bisogna tornare a una vita normale, ma senza distruggere le nostre libertà. Dobbiamo evitare di diventare anche noi dei “barbari”, di diventare torturatori come quelli che ci odiano”.

Una coscienza storica, dunque, oltre che critica e sociale; la coscienza di un uomo che conosce bene i totalitarismi e ne conosce anche i pericoli e le potenzialità distruttive; una memoria ricca di lungimiranza, di orgoglio, di passione civile e politica e di volontà di misurarsi con quell’arte della denuncia che sola può salvarci dall’abisso di una contemporaneità straziante.
E ora che Todorov non c’è più, ora che un altro gigante del Novecento ci ha lasciato, l’auspicio, o, per meglio dire, la flebile speranza, è che con lui non se ne siano andati per sempre pure i suoi insegnamenti, i suoi messaggi volti all’inclusione e il suo sguardo lontano, in quanto l’Europa muore nel momento in cui innalza muri, erige barriere e diventa a sua volta barbara ed escludente, nel momento in cui smarrisce se stessa, il suo ruolo nel mondo e la sua missione storica e civile per trasformarsi, al contrario, in un lager solo apparentemente democratico.
È in quel preciso momento che viene meno tutto, che crolla il concetto stesso di civiltà e ci si ritrova più soli, più fragili e del tutto incapaci di far fronte alle sfide della modernità.
Per questo ci mancherà la voce di Todorov: uno degli ultimi intellettuali ad avere il coraggio di gridare i nostri princìpi imprescindibili, circondato purtroppo da un oceano di codardo e complice silenzio.

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