“TalkingHands” sono le loro mani a parlare. I nostri occhi sapranno ascoltare?

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Vado a visitare “Django” quasi per caso… qualche giorno fa ricevo un messaggio di un caro amico nonché lontano cugino, Fabrizio Tonello, il quale tutto entusiasta mi fa sapere che proprio a Treviso, all’interno del centro sociale Django, hanno lanciato un progetto interessante: un laboratorio di falegnameria, autogestito, in cui rifugiati e richiedenti asilo stanno provando a ricostruirsi un futuro. Letteralmente, con le loro mani.

Alcuni con competenze che si sono portati fuggendo dai loro paesi, altri imparando da zero una nuova attività, hanno creato un laboratorio di falegnameria in cui realizzano oggetti di legno, trovando un nuovo modo di esprimersi attraverso la manualità.

“Talking Hands” lo hanno chiamato. Mani parlanti.
La prima collezione è sorprendente, a partire dal nome: Rifùgiati, casette in legno in cui i bambini possono giocare e nascondersi, come in un rifugio. I ragazzi che partecipano a TalkingHands provengono da vari paesi, Gambia, Sierra Leone, Nigeria, Senegal, e sono solo una piccola parte di quelle centinaia di altri ragazzi ospitati nei “centri di accoglienza temporanei”.

Lunedì mattina, 13 febbraio.
Passo in stazione a prendere Fabrizio. Con lui c’è Moussa, il ragazzo del Benin che Fabrizio ospita in casa da qualche mese a Bologna. Pochi minuti dopo varchiamo i cancelli del centro sociale Django. Uno spazio aperto, ampio, con varie strutture e caseggiati costruiti tutt’intorno, alcuni ristrutturati, altri in evidente stato di bisognose cure. Da un lato del piazzale alcune panche, un calcetto balilla, una porta che si apre allegramente e da cui esce musica. Dall’altro biciclette, una grande insegna con scritto “ciclofficina”, e un laboratorio a grandi vetrate attraverso cui vedo ragazzi indaffarati.
Ci accoglie Fabrizio Urettini (è la giornata dei “Fabrizi”, nome che – destino vuole – nella sua etimologia significa “fabbro, artigiano” ma anche “artefice”), uno degli attivisti del centro e co-organizzatore del progetto. Ci presenta un po’ di ragazzi, un nome dietro l’altro, quasi tutti impronunciabili per me. Io già non ricordo i nomi di persone italiane, quando a qualche evento mi capita di conoscerne diverse tutte insieme, figuriamoci se poi i loro nomi non hanno suoni familiari… le strette di mano però non sono di circostanza o frettolose, come spesso accade “tra di noi”. Le “loro” strette di mano sembrano dire “grazie per essere qui”, e questo mi colpisce molto.
Ci sediamo su alcune panche all’interno del laboratorio di falegnameria, Fabrizio Urettini racconta in italiano dell’avvio del progetto, i ragazzi raccontano in inglese quello che il loro progetto significa per loro.

I racconti si susseguono veloci, io ascolto, presto attenzione.
Il laboratorio è freddo, a stare seduta lì ferma ho le mani ghiacciate.
Dopo un po’ i ragazzi si preparano per pranzare, io torno a casa per un paio d’ore, per poi tornare nel pomeriggio.

Entro in casa. Mi tolgo il cappotto però mi infilo un maglione pesante. Ho ancora freddo.

Mi siedo. E inizio a pensare… Penso che quello che per me era freddo, per loro “è il loro caldo”, il luogo caldo dove possono trovarsi per stare insieme. E per fortuna che un “luogo” lì ce l’hanno… Penso a quello che ho visto, ma che forse non ho ancora compreso. Migranti. Rifugiati. Ne ho sentito parlare sempre più spesso in questi mesi, era la prima volta che ci ero seduta accanto. Penso a quello che è arrivato alle mie orecchie quella mattina, ma che non sono ancora riuscita ad ascoltare, a comprendere.

E allora brevi immagini mi appaiono in mente, quasi a voler capire cosa è successo a questi ragazzi. Un’immagine, come una fotografia sfuocata: la partenza dalla propria casa, la fuga dal proprio paese, portandosi dietro poche cose, le sole cose che potevano tenere in mano…  Un’altra immagine: l’attraversata di un deserto, il deserto del Sahara, attraverso il Niger, il Mali, l’Algeria, in un viaggio durato per alcuni molti mesi. Molti mesi… io che conto le ore che mi servono per spostarmi da un posto a un altro e le trovo sempre eccessive… Un’immagine ancora: un periodo trascorso in Libia, di media dagli 8 mesi ai 2 anni, un paese che dovevano attraversare, dove hanno trovato il carcere, le torture, le violenze… Un’altra immagine: il viaggio sui barconi, di cui tanto noi parliamo senza neanche riuscire ad immaginare cosa dev’essere fare un viaggio così. “Se avessi saputo non sarei mai partito, ma una volta lì non puoi più tornare indietro”.

Un viaggio che, nel complesso, può essere durato tre anni. Tre anni… un tempo immenso, infinito, se pensiamo a un viaggio.

Un’immagine ancora, ma questa volta la fotografia si sta ancora sviluppando. Dopo tutto questo, dopo che avranno lasciato l’Italia, o che alcuni di loro rimarranno qui trovando un lavoro e un modo possibile di vivere, che fotografia DI NOI si porteranno dentro di loro?
“È difficile pensare a un futuro senza avere un presente”


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