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La memoria senza prezzo di Peppino Impastato. Il casolare dove fu ucciso dalla mafia affidato ai suoi “nemici”. L’accusa del fratello e il silenzio della Regione

 

Il corpo finì in cento pezzi, la sua anima appesa per aria. Da 39 anni la memoria di Peppino Impastato sorveglia il casolare dove i mafiosi ammazzarono a pietrate il militante di sinistra, prima di farlo esplodere sui binari. Quel rudere è abbandonato tra le sterpaglie della ferrovia di Cinisi e l’aeroporto “Falcone e Borsellino” di Palermo. Valore commerciale modesto. Ma il simbolo non ha prezzo. E’ dunque conteso. L’associazione “Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato” che Giovanni Impastato ha dedicato al fratello e alla madre, vorrebbe piantarci da tempo il seme di un presidio antimafia. Il casolare però è di proprietà di un ricco farmacista di Cinisi, Giuseppe Venuti. La Regione Sicilia l’ha vincolato due anni fa come bene di interesse pubblico, un atto preliminare firmato dal governatore Rosario Crocetta. “L’assessore Carlo Vermiglio aveva promesso a Carlo Bommarito e Pino Dicevi, il presidente e il segretario dell’Associazione Peppino Impastato, l’avvio della procedura per l’esproprio. “Ha disertato tutti gli incontri e poi si è fatto vivo solo con una nuova promessa” accusa l’associazione. Segue nuovo silenzio. Intanto il casolare è stato ceduto dal proprietario in comodato d’uso a un’altra associazione: “Libera Cinisi”, spuntata dal nulla e che nulla ha a che fare con don Luigi Ciotti. Un comitato civico che si dichiara senza scopi politici ma presieduto da un ex candidato a sindaco e gestito da Manfredi Vitello, nipote del farmacista e legato a Forza Italia. Gli amici di Impastato se lo ricordano bene: quando nel 2005 il Consiglio comunale commemorò mamma Felicia, lui usci dall’aula con altri due consiglieri in segno di protesta.

In una intervista al blog “Meridionews” Vitello ha inoltre parlato del giovane ucciso dai mafiosi come di uno spinellato poco di buono e del defunto boss Tano Badalamenti (mandante dell’omicidio) come di un signore che alla comunità non ha fatto in fondo del male. Frasi in parte smentite sul sito “Cinisi on line” in cui ha precisato di aver voluto riportare le sensazioni degli anziani del paese. Il farmacista intanto avrebbe rifiutato di cedere il casolare alla Regione per 120 mila euro. E il fratello di Peppino ci ha visto nero. “Per quel rudere è’ arrivato addirittura a chiedere mezzo milione, qui si specula sulla memoria di mio fratello” accusa Giovanni Impastato che sul blog di Casa Memoria ha scritto un duro articolo I quaquaraquà e gli sciacalli del terzo millennio in cui non ha risparmiato reprimende anche alle istituzioni siciliane. “Non riusciamo a capire come mai questo caso non si vuole risolvere e come mai, sia il comune di Cinisi che la Regione Sicilia, non prendano ancora nessun provvedimento contro questo sciacallaggio”, si legge in un passaggio. La replica di Vitello è arrivata proprio sul blog di Casa Memoria. “Il casolare non è un bene pubblico del quale abbiamo chiesto l’affidamento ma si tratta di proprietà privata e i proprietari ne fanno quel che vogliono”. Una soluzione è sembrata atterrare con Matteo Renzi, a Cinisi lo scorso novembre per il tour referendario: “Se c’è da fare un esproprio si faccia, questo governo è totalmente d’accordo“. L’annuncio è però caduto insieme al suo governo. Resta in piedi il casolare e la fiamma che Giovanni tiene accesa a fatica: “La verità è che di Peppino Impastato non frega più niente a nessuno”. Ma se le istituzioni son sorde, i giovani vogliono vederci. E ai tanti ragazzi che incontra in tutta Italia, Giovanni ripete: “Quando vi guardo negli occhi vedo Peppino in ognuno di voi…”.

Nel 2018 saranno quarant’anni dal delitto mafioso del giovane proletario, settanta dalla nascita. “Se fosse ancora qui sarebbe come sempre vicino ai più poveri e bisognosi – ha scritto l’associazione Casa Memoria lo scorso 5 gennaio nel giorno del suo compleanno. Pronto a schierarsi contro le ingiustizie sociali, con la genialità e la creatività che sempre lo hanno contraddistinto”.

La sua voce correva come un treno quando la notte del 9 maggio ‘78 fu sganciata su un binario morto. “Preparava un attentato”, la verità infamante dei depistatori di Stato fu sbugiardata da una madre coraggiosa, un fratello tenace e dai vecchi compagni di viaggio. Peppino Impastato confezionava solo denunce e poesie. “I miei occhi – scrisse in brevi versi – giacciono in fondo al mare, nel cuore delle alghe e dei coralli…”.

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