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Quel video che conferma timori su fine Giulio Regeni. Il 25 gennaio a La Sapienza per verità e giustizia

 

“Tu sei convinto che io abbia molta autorità. Ma non è così. Io sono solo uno straniero in Egitto. Sono un accademico a cui interessa procedere nella sua ricerca”.
A parlare, in un video trasmesso da una tv egiziana, chiaramente girato a sua insaputa, è Giulio Regeni.
Si rivolge in un arabo fluente, seppure con qualche errore, a colui che poi lo avrebbe venduto ai servizi segreti del generale Abdul Fattah al Sisi, Mohamed Abdallah, il presidente del sindacato dei venditori ambulanti del Paese nordafricano.
Quelle parole potrebbero essere state il primo passo verso la fine dell’esistenza del 28enne di Fiumicello.
Nelle immagini, acquisite anche dagli inquirenti italiani, Giulio indossa una polo scura e uno smanicato, ha un po’ di barba accennata e lo sguardo inquieto. È fermo e chiaro nel ribadire che il suo unico interesse è il lavoro per il quale si è recato in Egitto, ma anche aiutare i venditori ambulanti affinché possano “fruire” del denaro previsto dal progetto, che lui stava portando avanti, finanziato da Antipode, la fondazione inglese che si occupa di promozione, sviluppo e ricerche in campo sociale.
Nel dialogo trasmesso dal canale di Stato “Sada El Balad”, l’uomo chiede a Regeni di fornirgli dei soldi per fini personali, curare la moglie malata di cancro, cosa che il ricercatore dice di non poter fare. I fondi, se arriveranno, sono destinati “alla raccolta di informazioni sul sindacato e sui suoi bisogni”. Insiste Giulio.
Il filmato, rilanciato in Italia dal Messagero.it, dura circa 4 minuti e secondo la Procura di Roma sarebbe stato girato con apparecchiature in uso alle forze di sicurezza o di polizia, presumibilmente una microcamera inserita in una penna o un bottone.
Le immagini risalgono al 6 gennaio.
Il giorno dopo Abdallah avrebbe denunciato l’italiano, cambiandone il destino.
Sospettato di spionaggio, Regeni viene sequestrato il 25 gennaio, torturato fino alla morte e abbandonato cadavere in un fosso lungo la strada che si estende dal
sobborgo di Giza ad Alessandria il 3 febbraio.
Il coinvolgimento degli apparati dell’intelligence egiziana appare, dunque, evidente.
Noi non abbiamo mai avuto dubbi al riguardo.
Come Repubblica, abbiamo creduto dal primo momento alle indiscrezioni fatte filtrare da un esponente dei servizi segreti al Cairo, che attraverso una mail al quotidiano di Calabresi spiegava ‘chi’ e come aveva ucciso Giulio.
Storia verosimile visto che forniva particolari, soprattutto sulle torture, che solo chi era a conoscenza dei fatti poteva sapere.
Oggi quel racconto, che portava dritto al cuore del sistema di sicurezza dell’Egitto, appare più credibile che mai.
E la speranza di quanti sono impegnati nella ricerca della verità sulla morte del nostro connazionale, tra cui noi di Articolo 21, è che finalmente si stia dipanando la matassa ingarbugliata propinata dagli inquirenti egiziani che finora hanno sempre smentito il coinvolgimento di apparati di Stato nella fine del ricercatore friulano.
Per far sì che a un anno dalla sua scomparsa e uccisione, l’Egitto garantisca verità e giustizia per Giulio Regeni, mercoledì 25 gennaio saremo all’università La Sapienza con Amnesty International, la Federazione nazionale della stampa, rappresentata dal presidente Beppe Giulietti, l’avvocato Alessandra Ballerini e i genitori di Giulio, Claudio e Paola, e la rete “Giulio siamo noi” per ricordare, ribadire, che non ci fermeremo fino a quando non avremo tutte le risposte finora negate.

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