Sei qui:  / Articoli / Culture / De Mauro: “Nei programmi tv di oggi battaglie e sopraffazioni prevalgono sull’ascolto”

De Mauro: “Nei programmi tv di oggi battaglie e sopraffazioni prevalgono sull’ascolto”

 

Riproponiamo un’intervista a Tullio De Mauro sulla mission del Servizio Pubblico (registrata il 21 giugno 2015), estrapolata dall’appendice di No, non è la BBC di Luca Baldazzi

Professor De Mauro, nei suoi studi sull’impatto della televisione sulla diffusione della lingua italiana, da lei stimata nel ‘55 come “prima lingua” solo per il 18% della popolazione, ha più volte riconosciuto il ruolo determinante delle trasmissioni televisive nell’unificazione linguistica del Paese, un processo, diciamo così, di educazione informale che ha contribuito inoltre alla creazione dell’identità nazionale. La Rai degli anni ‘50 e ‘60 ha svolto quindi quel grande ruolo di Servizio Pubblico che nei decenni successivi è, per così dire, evaporato. Da tempo, infatti, la Rai non svolge più la funzione di grande agenzia culturale, e molti la accusano di non avere più una mission. È d’accordo, e se sì, perché c’è stata questa perdita d’identità?
“Trovo che questa domanda contenga già buona parte della risposta. La Rai, consapevolmente o meno, e probabilmente in- consapevolmente, svolse nel primo decennio della sua “vita televisiva” questa fondamentale attività d’insegnamento dell’uso parlato dell’Italiano. Ricordiamoci che l’italiano era una lingua praticamente sconosciuta fuori da Firenze e da Roma. Questa attività s’accompagnava ad un’offerta culturale molto ricca e molto varia. A mio avviso, la svolta in negativo si verifica con le leggi e le normative dei primi anni ‘90 sul sistema radio- televisivo (Legge Mammì) che hanno favorito lo sviluppo di reti nazionali commerciali e che, combinate con le norme sulla raccolta pubblicitaria, hanno spinto anche la Rai a battere le vie della commercializzazione e del progressivo abbassamento della qualità, nel tentativo di inseguire un’audience più vasto e, conseguentemente, una maggiore raccolta pubblicitaria”.

Nel nostro focus abbiamo a lungo conversato con Renato Parascandolo, e su questo punto la diagnosi è la stessa…
“Sono lieto di avere qualcuno con cui andare d’accordo.”

Per tornare agli aspetti linguistici, lei ha scritto recentemente che “l’ascolto abituale della prima televisione”, quella degli anni del monopolio Rai (1955-75) “valeva, ai fini della padronanza dell’italiano, cinque anni di scolarizzazione”. Probabilmente questa particolare “aula scolastica” non funzionava solamente per la lingua, ma più in generale per la crescita negli individui di un senso di comune appartenenza, anche civica. Con l’avvento della televisione commerciale il Servizio Pubblico si è uniformato a standard assai diversi. Sarebbe eccessivo affermare che l’educational dei primi decenni si sia risolto nel suo contrario?
“Se lasciamo da parte alcune “isole di resistenza”, confina- te nelle nicchie del Servizio Pubblico che, sia nelle trasmissioni d’intrattenimento che in quelle di maggior impegno culturale, continuano a mantenere alto il livello della qualità, in generale non c’è dubbio che la corsa stimolata dalla ricerca dell’audience per l’audience ne ha spinto in basso la qualità fino a portare le reti pubbliche, sulla scia di quelle private, a produrre trasmissioni completamente diseducative. Del resto, basta guardare a quello che apparentemente potrebbe sembrare un piccolo dettaglio: Il mancato rispetto nei talk dei tempi degli interventi dell’altro, il parlarsi addosso, l’interruzione continua, il gridare. A rischio di risultare un po’ “compassata”, la televisione degli anni ‘50 e ‘60, che pur ha conosciuto casi di conversazione spettacolarizzata, esibiva un alto rispetto dei turni di parola e delle opinioni contrarie, tanto che allora erano in molti a sostenere che ciò educava gli italiani al dialogo e ad uno scambio efficace. Registrai a suo tempo queste opinioni che marcavano ciò che di positivo, anche su questi piccoli dettagli, la televisione produceva. Un dettaglio in questo caso non trascurabile: rispettare i turni significa rispetto dell’altro e reale interesse nell’ascolto, entrambe qualità fondamentali per molti aspetti della vita civile. A quei modelli la televisione di oggi contrappone in generale modelli di sopraffazione, “conversazioni” – se così le possiamo ancora chiamare – che divengono battaglie, secondo sceneggiature e regie che in molti casi puntano proprio a questo obbiettivo. In molti dibattiti politici in Tv è evidente come gli interventi siano mirati più che a smontare il discorso dell’altro, a non farlo neppure parlare, sommergendolo di interruzioni finalizzate proprio ad impedire un’esposizione che abbia senso”.

In questa categoria ricade la maggior parte degli interventi nei talk shows, genere che in questo periodo spopola sia perché è una produzione relativamente più economica, sia perché, proprio in virtù dell’atmosfera da arena gladiatoria, si ritiene attragga più ascolti.
“Non c’è dubbio: dibattiti in cui le parti sembrano non voler lasciar all’altro spazio per sviluppare il proprio discorso. E da questa prospettiva non si può che constatare come ci sia stato un ribaltamento della prospettiva educativa che caratterizzava la prima televisione…”

Secondo lei in questa degenerazione, per rimanere alla “politica in tv”, le maggiori responsabilità sono della classe politica o del mondo dell’informazione tv?
“Penso che la degenerazione sia dovuta proprio alla televisione che non ha interesse a sviluppare un format diverso. La rissa sembra “pagare” molto di più nel catturare l’attenzione del pubblico”.

Sempre sul fronte del Servizio Pubblico, il rapporto tra questo e sistema scolastico in alcuni paesi, e soprattutto in Gran Bretagna con la BBC, è stato ed è assai stretto. Lei è stato nel 2000/2001 Ministro della Pubblica istruzione. In quella fase – che ha visto tra l’altro il fiorire di molti progetti rivolti alle scuole da parte di Rai Educational, diretta in quel periodo proprio da Renato Parascandolo – ha trovato, come Ministro, una Rai “pronta e reattiva”?
“Purtroppo no. Sebbene riconosco come ci fossero all’interno dell’azienda alcune componenti interessate con cui qual- cosa si è fatto, ho complessivamente trovato molta difficoltà a progettare un rapporto continuativo e sistematico. Questa è una grave carenza perché, per quanto riguarda la formazione degli insegnanti, ma anche l’educazione degli adulti, la potenzialità del mezzo televisivo era e resta enorme”.

La BBC, che prima citavo, dedica ancora oggi circa un terzo del volume delle sue produzioni all’educational e alla cultura, utilizzando inoltre molto il web. Per dare un’idea di quanto la BBC sia radicata nel web rispetto alla Rai, essa è il sesto sito più consultato nello UK e
la prima realtà editoriale britannica, mentre la Rai è in Italia attorno all’80esimo posto e ben lontana dai vertici del consumo web, superata ampiamente anche dai siti della televisione commerciale. Questa assenza della Rai nell’area dell’educational, così come nella piattaforma del web, quanto può aver pesato nell’abbassamento complessivo del livello culturale del Paese, e quali sono state, a suo giudizio, le cause di queste scelte, o mancate scelte?
“Mi sono già espresso per quel che riguarda l’area dell’educazione, comparto che dovrebbe essere fondamentale ma che vedo del tutto accantonato nelle proposte del Servizio Pubblico. Per altro, ho l’impressione che non ci sia stata e che tutt’ora manchi nel cuore dell’azienda la consapevolezza del ruolo fondamentale che, nel bene e (quindi) anche nel male, finisce con l’avere la televisione in una realtà come quella italiana, ben diversa da quella britannica (a cui lei si riferiva) o di altri gran- di paesi europei. Un panorama in cui le fonti a cui attingere per la crescita culturale, sia personale che collettiva, sono molto più numerose e meglio strutturate, a cominciare dall’impianto degli stessi sistemi scolastici che mostrano livelli d’efficienza nettamente superiori.  In questi paesi la gente va più anni a scuola, e si tratta di una scuola migliore. Questo avviene certamente in Germania, in Gran Bretagna e in Francia, mentre in Italia siamo andati indietro. E questa è la prima essenziale fonte d’offerta culturale su cui siamo carenti, nonostante i tentativi avviati per non perdere del tutto il contatto con i livelli europei d’istruzione scolastica. Ma più in generale, rispetto ad altri paesi da noi si respira una diversa atmosfera sottoculturale che si specchia anche nel mancato rapporto tra Servizio Pubblico e sistema scolastico. Lei che è stato di recente in Gran Bretagna se ne sarà accorto: c’è un offerta continua, nelle città come nelle campagne, di concerti, di teatro. Questo accade anche nelle città francesi e tedesche. Ora, chi va a teatro in Italia? Chi ascolterebbe musica classica in Italia? Se non ci fossero i grandi concerti pop e jazz ogni tanto, il nostro sarebbe un paese privo di una offerta musicale dal vivo… e posso continuare. In generale, avverto una notevole aridità nel territorio culturale italiano, e in questa/di questa aridità la televisione ha una responsabilità enorme, come enormi sarebbero le potenzialità che potrebbe sviluppare”.

La Rai mantiene, per altro, le scarse produzioni pedagogiche e culturali quasi esclusivamente confinate nei canali tematici che, per diverse ragioni, nessuno guarda. Nelle ultime stagioni l’offerta si è sempre più concentrata, oltre che sull’intrattenimento e la fiction (in qualche caso di accettabile qualità) sull’informazione. Pur avendo da anni una rete allnews, la Rai conserva sulle sue reti generaliste 6 diversi format di telegiornali, per un totale di “ore di tg” che è triplo rispetto al tempo che le news occupano sui palinsesti della BBC. Una sfoltita su questo fronte libererebbe nel Servizio Pubblico risorse e spazio per una programmazione che potrebbe benissimo esser indirizzata alla cultura…
“Concordo. L’offerta Rai è assai sbilanciata sul versante dell’informazione; avremmo bisogno di più cultura e meno notizie”.

A pochi mesi dal rinnovo della Concessione Stato-Rai, e dopo la parziale modifica della governance, di reale riforma del Servizio Pubblico non si parla, mentre prevalgono le polemiche sul nuovo ruolo del Direttore Generale o sul canone in bolletta. Un’occasione persa?
“Se sarà così, ed è probabile lo sia, sarà davvero un’occasione persa. Speriamo di essere smentiti, ma molto dipenderà da come sia i maggiori gruppi politici che gli stessi mezzi d’informazione vorranno affrontare la questione”.

Tra i temi che, ci auguriamo, possano venir trattati, qual è quel- lo che lei ritiene più utile e propedeutico al ripristino di un’efficace mission per il Servizio Pubblico? Ci vuole dare qualche indicazione, qualche consiglio?
“Guardi, basta prendere i palinsesti dei primi decenni della Rai per vedere che cosa potrebbe e dovrebbe fare la tv pubblica, a cominciare dall’attivazione delle grandi orchestre di cui la Rai disponeva e magari al lancio di una nuova stagione di produzioni teatrali dal vivo. Aggiungerei poi trasmissioni sulla produzione letteraria e saggistica nazionale, avendo come paradigma da importare quello della rete franco-tedesca Arte…”

La nostra società è da anni inserita profondamente in un’orizzonte segnato dalla multimedialità, che vede su internet, come nella comunicazione televisiva, parola scritta, voce ed immagine coesiste- re e rapidamente contagiarsi. Un esempio tra tanti, il dilagare delle emoticons nel linguaggio digitale. In generale si avverte una forte tendenza alla contrazione e all’immediatezza del messaggio, che a mio giudizio risulta assai affine a tempi e logiche pubblicitari. Ecco così il predominio dei tweet, il “massimo 140 caratteri”, il prevalere an- che nella comunicazione politica dello slogan, qualche volta illustrato nelle felpe. Questi fenomeni sono globali, ma in Italia sembra che sia- no praticamente esclusivi, nel senso che poco altro esiste e resiste. Se anche tornasse in auge un Servizio Pubblico a vocazione culturale ed educational, in che misura la situazione potrebbe riequilibrarsi?
“La mia opinione, per evitare fraintendimenti, è che bisogna accogliere le qualità positive insite in una comunicazione più veloce e immersa in una dinamica multimediale. Natural- mente le frasi possono essere sempre anche concise, ma spesso abbiamo bisogno di usarne parecchie per dettagliare una situazione nei suoi vari elementi e le sue possibili soluzioni, come per indagare problemi di ordine sociale, economico o, anche, genericamente esistenziale. Per quel po’ che ho sperimentato di persona partecipando di recente a qualche trasmissione televisiva, posso dirle che mi causa vera sofferenza constatare com’è diventato difficile anche solo articolare un discorso. Ma il mio non vuole esser un elogio alla prolissità. Nel discorso televisivo bisogna saper esporre i propri punti nel modo più breve e coinciso, ma ci sono questioni che non sono trattabili se non con un certo agio nell’esposizione. Abbiamo anche qui grandi modelli di trasmissioni, purtroppo non italiane ma di tradizione francese o statunitense, che sanno catturare l’attenzione rispettando questo principio. Bisogna accompagnare al gusto della brevità e della concisione la possibilità di sviluppa- re pensiero, e avere il tempo necessario per articolarlo”.

Alcune espressioni usate e abusate nell’eloquio televisivo sono ormai dei tòpoi di cui nessuno più si chiede il significato. Per fare qualche esempio,“i moderati”, o lo “spread”…
“Ma naturalmente. Penso alle tante etichette che coprono il nulla o il loro contrario, a certi anglicismi…”

Lo spread, ad esempio, un termine che fa la sua comparsa nel desco serale degli italiani attraverso la tv attorno alla metà del 2011, mentre per lunghi mesi nessun telegiornale si è mai preoccupato di spiegare di che cosa si trattasse…
“Assolutamente, è così… ”

La tv, molto spesso impermeabile alle sollecitazioni della società civile, risulta però molto reattiva rispetto al contesto politico. Sempre nel 2011, quando le telecamere si sono trovate per la prima volta ad inquadrare il neo presidente Monti, la parlata cadenzata di un uomo “alieno” dalla politica e tanto diversa dagli slogan con cui ben altre figure avevano abituato il pubblico, ha determinato per una certa fase sul sistema televisivo un percepibile abbassamento dei toni, a cui è anche seguito un adeguamento di sintassi, negli interventi dei politici e nella loro ripresa da parte dell’informazione. Quello che allora fu descritto come il “clima di sobrietà” ebbe dunque anche effetti sulle stesse scalette dei programmi d’informazione, con sensibile riduzione degli spazi deputati nei telegiornali a cronaca criminale ed infotainment…
“Certo. La contaminazione tra i linguaggi della politica e quelli dell’informazione è nel nostro Paese una realtà ben documentata, e assai negativa. Anche su questo, sul rapporto intrinseco tra sistema della comunicazione e agenda politica, sarebbe bene che la riforma del Servizio Pubblico intervenisse per riconoscere e indicare la strada di una maggiore autonomia”.

TI POTREBBE INTERESSARE ANCHE