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Turchia, cinque giornalisti arrestati da Natale mentre inizia il processo alla scrittrice Asli Erdogan

 

Nel giorno in cui è iniziato il processo a Istanbul alla scrittrice e attivista turca Asli Erdogan, rimessa in libertà dopo cinque mesi di carcere, accusata di propaganda a favore del Partito dei lavoratori del Kurdistan e di ‘appartenenza a un’organizzazione terroristica’, Ahmet Sik, giornalista di un quotidiano di opposizione, è stato arrestato su ordine delle autorità giudiziarie con gli stessi capi di accusa.
L’arresto di Sik è solo l’ultimo di una lunga serie. Tanti colleghi turchi sono stati incarcerati con l’imputazione di apologia del terrorismo.
Nel giorno di Natale in quattro, tutti redattori di media critici con il governo, tra cui il responsabile amministrativo del quotidiano BirGün vicino alla sinistra, sono finiti in prigione senza poter neanche parlare con i loro avvocati.
I fermati sono Mahir Kanaat, di BirGün; Tunça Ögreten, editore del quotidiano online Diken, Metin Yoksu, giornalista dello stesso quotidiano e Ömer Çelik, editore di Di Haber, giornale digitale della città di Diyarbakir, nel sud-est della Turchia.
Le contestazioni a loro rivolote non sono ancora chiare, ma si ipotizza che gli arresti siano maturati nell’ambito di un’inchiesta su commenti ritenuti ‘propagandistici del terrorismo sui social network.
Il giorno prima il ministero dell’Interno aveva annunciato un’indagine su 15mila persone, di cui 3.700 persone sottoposte a custodia cautelare per interventi su Twitter e Facebook. Altre 1.200 fermate erano poi state rilasciate su cauzione.
BirGün, con una tiratura quotidiana di 15mila copie, e Dikel, sono stati due dei pochi media turchi a diffondere il video diffuso dallo Stato islamico in cui si mostrava presumibilmente l’esecuzione di soldati turchi.
Il ministro della Difesa, Fikri Isik, ha preteso venerdì scorso che la stampa non diffondesse “informazioni non confermate” sul video.
Intanto, l’accesso al sito Di Haber, dedicato a notizie sulle regioni curde turche, è stato oscurato.
L’arresto di Sik, a quattro giorni di distanza, sembra seguire lo steso copione.
“Sono stato arrestato. Vengo portato dal procuratore per un tweet” ha scritto lo stesso giornalista prima di essere portato in carcere.
La sua ‘colpa’ aver diffuso su Twitter alcune notizie sul PKK e aver pubblicato articoli su Cumhuriyet in cui criticava i servizi segreti turchi.
Autore di diversi libri, suo anche uno dei saggi più esaustivi sul movimento di Fethullah Gulen, il leader islamico in auto esilio negli Stati Uniti e considerato da Ankara la mente del colpo di stato fallito lo scorso 15 luglio, Sik è uno dei giornalisti più noti nel paese.
Vincitore di numerosi premi, tra cui il World Press Cano Unesco/Guillermo Freedom nel 2014, tra il 2011 e il 2012 aveva già trascorso 375 giorni in prigione.
Il suo libro più conosciuto, pubblicato nel 2011, racconta di come i sostenitori di Gulen si siano infiltrati della burocrazia turca e abbiano poi costruito un’alleanza con il partito di governo, ben presto naufragata per i contrasti tra l’Imam e Recep Tayyip Erdogan, di cui era il consigliere più fidato.
Intanto, il 28 dicembe, è iniziato il primo processo nell’ambito dell’inchiesta per il tentato golpe per deporre Erdogan la scorsa estate e che è costato la vita a 240 persone.
Sul banco degli imputati 29 agenti di polizia accusati di aver disobbedito agli ordini.
Dal colpo di stato del 15 luglio, oltre 100mila persone sono state licenziate o sospese in un giro di vite da parte delle autorità turche che ha colpito l’esercito, la polizia, l’amministrazione pubblica e settori privati, oltre che i media. Più di 40mila gli arrestati.
Secondo la piattaforma P24 per il giornalismo indipendente, dallo scorso luglio ad oggi i colleghi turchi finiti in carcere sono 128. E l’ondata di fermi e di repressione della libertà di stampa non è destinata a esaurirsi presto.

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