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Marcia per l’amnistia. E piazza san Pietro si apre, letteralmente, ai radicali…

 

Di Valter Vecellio

Sono importanti, i simboli; sono il “segno” che corrisponde a contenuti o valori. Il simbolo della IV Marcia per l’amnistia, il diritto, la giustizia e la libertà organizzata dal Partito Radicale Nonviolento Trasnazionale Transpartito è questo: lo striscione che “apre” la marcia, e chiede “Amnistia”, quest’anno lo si lascia arrivare fin quasi sotto la finestra dove papa Francesco parla di giustizia, di diritti anche per gli “ultimi”, e invoca un gesto di clemenza, non importa se indulto o amnistia. Non è uno striscione anonimo, quello che sventola a poche decine di metri da quel pontefice venuto da quasi la fine del mondo. C’è bello grande, inequivocabile, il simbolo del Partito. Chi autorizza “l’esibizione” sa bene chi regge quello striscione, cosa significa; la portata “simbolica” di quel “Benvenuti, venite pure”.

La Marcia di quest’anno si spinge fino a san Pietro: inequivocabile significato

Perché, per esempio, la marcia precedente si era dovuta fermare a piazza Giovanni XXIII; e un robusto cordone di polizia aveva impedito con gentile fermezza anche a Marco Pannella di potersi spingere fino alla piazza di San Pietro, dove intendeva ascoltare le parole del pontefice “in diretta”. Questa volta no; e negli elaborati e sempre molto attenti “riti” vaticani la cosa assume per forza di cose un inequivocabile significato. Continua, insomma, il “colloquio” iniziato da Pannella con papa Bergoglio, quando quest’ultimo telefona al leader radicale impegnato in un faticoso sciopero della fame e della sete, e non gli dice di smettere, ma capendo cosa Pannella chiede, gli dice di avere “coraggio”; ed è quella semplice parola, che sblocca una situazione che non sembrava aver via d’uscita. Dal maggio scorso Pannella “riposa” in un loculo nel cimitero della sua amata Teramo; oggi c’è una “pattuglia” di radicali che ha deciso di “non mollare”, e porta avanti le battaglie del leader radicale: sono i Maurizio Turco e le Rita Bernardini, i Sergio D’Elia e le Elisabetta Zamparutti, le Antonella Casu e le Maria Antonietta Farina Coscioni. Loro, e altri, raccolgono quel patrimonio di lotte lasciate in pegno da Pannella: il diritto al diritto; il diritto alla conoscenza; la lotta per la giustizia giusta, a partire dalla condizione delle carceri, a partire dagli “ultimi” tra gli ultimi, i detenuti e la più generale comunità penitenziaria.

Le firme dei detenuti, 15mila: una dote da portare a papa Francesco

Come è andata la marcia? Li abbiamo visti, di ritorno da piazza San Pietro, e diretti verso la sede storica di via di Torre Argentina 76, un’affollata assemblea per subito ricavare un primo bilancio. “Positivo”, dicono tutti. “Grande soddisfazione”. Perché? “Per le inequivocabili parole del Pontefice”, risponde Rita Bernardini, che esibisce corposi elenchi con migliaia di nomi: sono quelli dei quindicimila detenuti che per due giorni hanno aderito all’iniziativa e si sono uniti in un digiuno di dialogo e speranza con le istituzioni. Quelle firme hanno intenzione di portarle, nei prossimi giorni, in “dono” al papa; e anche al ministro della Giustizia. “E’ significativo”, dice Sergio D’Elia, “che a battersi per il diritto, perché i diritti siano riconosciuti nelle carceri e ovunque siano quindicimila detenuti che scelgono lo strumento nonviolento per eccellenza”. All’iniziativa hanno aderito anche una cinquantina di parlamentari di tutti i gruppi: di fatto un inter-gruppo che, annuncia Maurizio Turco, “da subito chiederemo si impegni in quelle riforme strutturali per una giustizia degna di questo nome; abbiamo predisposto un pacchetto di progetti di legge, e opereremo come una vera e propria lobby trasparente perché questi testi siano discussi, calendarizzati”.

Aprire finalmente il dibattito pubblico e istituzionale sulla necessità dell’amnistia

Dicono che l’amnistia è un provvedimento tampone, che non risolve i problemi… “Decongestiona la situazione impossibile nelle carceri e nei tribunali, e consente di guadagnare il tempo necessario per varare le riforme di cui lo stesso ministro della Giustizia Andrea Orlando riconosce l’urgenza”, dicono un po’ tutti in coro. “Ad ogni modo, ogni anno vanno in fumo circa 150mila procedimenti, per la prescrizione, in modo indiscriminato. Non è meglio un’amnistia regolata, che consenta ai magistrati di concentrarsi sui reati più gravi?”. Siano o meno convincenti queste tesi, ai radicali basta che se ne discuta, che si avvii un confronto, un dibattito; che il tema non sia eluso, non resti relegato nei circoli ristretti degli esperti, se ne dibatta nelle riviste specializzate lette da “addetti ai lavori”. Pongono insomma, una questione di informazione. Qui è difficile dare loro torto. Problematiche così importanti dovrebbero essere oggetto di riflessione e conoscenza.

Mano nella mano radicali e cattolici. Ma la sinistra non c’era. Perché?

E si può, prima di concludere questa nota, tornare dal punto in cui si è cominciato. Alla “marcia” si potevano vedere le bandiere delle ACLI, gli striscioni della comunità di Sant’Egidio, del gruppo Abele; e lungo il percorso capitava di vedere radicali di vecchio pelo in tranquilla conversazione con sacerdoti ed esponenti delle varie anime del mondo cattolico. Altro particolare di un qualche significato: il quotidiano che ha prestato la maggiore attenzione all’avvenimento è stato “Avvenire”, il quotidiano della Conferenza Episcopale. Che succede, il diavolo radicale si è santificato, o è l’acqua santa a essersi indiavolata? Nulla di tutto ciò. I radicali restano tali; il mondo cattolico, continua a essere quel vasto arcipelago con mille anime e sensibilità. Carceri e giustizia sono un punto di incontro, che non viene pregiudicato da altri, in cui c’è dissenso. Piuttosto, la domanda da farsi è questa: la sinistra non dovrebbe essere, per suo costituito carattere a fianco degli ultimi? E allora, cosa ha impedito a personaggi che non hanno alcun impedimento di governo o responsabilità dirette di partito (Ah, la ragione di partito!), di aderire? La domanda da porsi, tra le altre: perché i Massimo D’Alema e i Pierluigi Bersani, gli Stefano Fassina e tutti gli altri, non hanno aderito alla marcia, non si sono fatti vedere? In cosa consiste la loro “diversità”, se gesti “diversi”, sia pure simbolici, non ne fanno?

Da jobsnews

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