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La guerra contro lo Yemen e il silenzio del mondo

 

di Marinella Correggia

Operazione “Tempesta decisiva”: da 19 mesi una coalizione di paesi guidati dall’Arabia Saudita bombarda lo Yemen, non risparmiando esequie funebri, ospedali segnalati, mercati. E un blocco navale – sempre saudita – rende difficilissimo l’arrivo degli indispensabili aiuti.

Secondo le agenzie Onu, l’aggressione dei ricchi monarchi contro il paese (repubblicano) più povero del Medio Oriente ha già provocato: oltre 6.000 morti civili, e molti di più feriti e amputati; 3 milioni di sfollati; 7 milioni di persone a rischio carestia e 370mila bambini alla fame; l’azzeramento nelle infrastrutture vitali (acqua, energia, ponti…); la millenaria storia yemenita finisce in polvere anch’essa. In questa storia ci sono tanti peccatori e tanti ignavi.

Gli Al Saud (la famiglia reale dell’Arabia Saudita) capeggiano una coalizione di monarchi del Golfo – a eccezione dell’Oman – con l’aggiunta di fanti di paesi sunniti che ricevono aiuti da Riad. Tuttavia, sono vari paesi occidentali a fornire aerei, armi e assistenza tecnico-militare.

La condotta della guerra da parte della coalizione sunnita è così criminale che l’ignavia del mondo sconcerta. Perché questa complicità? «L’Arabia Saudita compra il silenzio del mondo», recitava un cartello durante una delle tante manifestazioni condotte in solitudine da Rete No War Roma. Vale l’antico motto: (turpis) pecunia non olet. I reami del Consiglio di cooperazione del Golfo (Cgg) dispongono di petrodollari a volontà, investono nei paesi occidentali e sono il quarto mercato di sbocco – civile e militare – per l’Europa. Mentre le agenzie umanitarie dell’Onu denunciano una sequela lunghissima di possibili crimini di guerra, gli organi politici dove siedono i governi sono paralizzati come dal veleno di un cobra. La risoluzione 2216 del Consiglio di sicurezza dell’Onu approvata (all’unanimità, salvo l’astensione della Russia) nell’aprile 2015 dopo due settimane di bombardamenti, pur non avallando l’aggressione saudita e chiedendo la cessazione delle ostilità, trattava ’Abd Rabbih Mansur Hadi (il presidente dello Yemen il cui mandato è scaduto, ma che viene tenuto in piedi dalla comunità internazionale) come legittimo presidente e imponeva un embargo sulle armi ai soli Houti (movimento di resistenza all’occupazione saudita).

E, da allora, nessuna condanna del blocco navale affamante. Inoltre, l’Arabia Saudita continua a sedere nel Consiglio dei diritti umani dell’Onu, che conta 48 membri a rotazione (nel 2011 la Jamahiriya araba libica ne fu espulsa di gran carriera sulla base di accuse completamente false). A fine settembre 2016 non è stata approvata l’istituzione di una Commissione internazionale indipendente di inchiesta sulla guerra in Yemen. Indaga invece una commissione interna saudo-dipendente, che a ogni nuovo massacro parla di «informazioni sbagliate», «il maggiordomo è il pilota».

Nonostante le stragi e l’inedia, Stati Uniti e Unione europea continuano a vendere armi a profusione a Riad. E l’Italia? Trova negli Al Saud il suo primo acquirente di armi. Gli Al Saud e complici sarebbero fermati e costretti ad accordi di pace equi se il Consiglio di sicurezza dell’Onu o i paesi fornitori di armi imponessero un embargo militare. Il 25 febbraio 2016, una risoluzione del Parlamento europeo lo ha chiesto invano ai governi e all’alto rappresentante Mogherini.

Considerando le gravi accuse di violazione del diritto umanitario da parte di Riad in Yemen, l’export di armi viola la posizione comune 2008/944/Pesc del Consiglio europeo (8 dicembre 2008). Poi c’è la legge italiana: la 185 del 1990, all’articolo 1 vieta le forniture belliche a paesi in stato di conflitto armato fuori dall’articolo 51 della Carta Onu o per i quali sia in vigore un embargo Onu o europeo; ma anche verso i paesi responsabili di gravi violazioni delle convenzioni in materia di diritti umani. E con Riad e compari ci siamo, no? Ma il governo fa il gioco delle tre carte, invocando l’assenza di una sanzione internazionale nei confronti di Riad. Risoluzioni di denuncia giacciono mollemente in Parlamento. Renzi, Pinotti, Gentiloni e Mogherini: tutti in ginocchio dal Re. Quando diventerà impresentabile essere succubi dei turpi petrodollari? Dipende da tutti noi.

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