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L’appello inascoltato di Papa Francesco per la Siria e la speranza di pace di Gutierres

 

Vergogna, impotenza, indecenza. Sono queste le uniche parole a fronte del nuovo massacro che si sta consumando ad Aleppo mentre si alza alto l’appello di Papa Francesco che implora una tregua in Siria.
La distruzione della seconda città siriana è ripresa dopo un cessate il fuoco farsa che ha solo illuso la popolazione di poter uscire dall’incubo in cui è piombata da cinque anni.
E tutto questo grazie ai cinici realisti ‘dell’imbroglio siriano’, come li ha definiti “Liberation” in un editoriale in prima pagina pubblicando immagini di una realtà annientata, rasa al suolo, dalle bombe del regime di Bashar al Assad a cui si è affiancata l’aviazione russa.
Una coalizione di comodo che in nome della lotta al terrorismo sta compiendo da un anno raid indiscriminati su civili, ribelli e terroristi.
Per anni è stato auspicato, cercato, il coinvolgimento di Mosca nelle operazioni anti Isis. Gli americani, forse, speravano che i russi conducessero al posto loro la guerra in Siria contro lo Stato islamico.
Ma così non è stato. Putin ha unn solo, chiaro, intento. Tenere in piedi l’amico Assad. E Aleppo e le altre città vicine ai ribelli, all’opposizione, sono gli unici, veri, obiettivi dei bombardamenti.
E’ per questo che rilanciamo e supportiamo la richiesta forte di Papa Francesco, per lo più ignorata dai grandi media italiani, di uno stop al massacro in atto in Siria.
“Continuano a giungermi – ha detto il Pontefice – notizie drammatiche sulla sorte delle popolazioni di Aleppo, alle quali mi sento unito nella sofferenza, attraverso la preghiera e la vicinanza spirituale. Oltre a esprimere profondo dolore e viva preoccupazione rinnovo a tutti l’appello a impegnarsi con tutte le forze nella protezione dei civili, quale obbligo imperativo e urgente, e a sospendere i raid che ogni giorno falciano vite di innocenti”.
A queste esortazioni ha fatto eco il neo segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres che assumendo la carica ha posto, tra i primi impegni, la necessità per la comunità internazionale di superare le differenze nazionali e di cercare la pace in Siria. Gutierres ha sottolineato che “qualunque divisione possa esistere adesso è più importante unire perché le sofferenze di quelle persone, i rischi per i Paesi, per la comunità internazionale e per la sicurezza collettiva sono tali che è giunto il momento di lottare con maggiore vigore per la pace”.
Il successore di Ban Ki moon ha anche espresso l’auspicio di un esito positivo della riunione di questo fine settimana sulla Siria a cui parteciperanno il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, il segretario di Stato Usa John Kerry e i leader di alcuni Paesi della regione.
La nostra speranza, seppur limitata dallo scetticismo d’obbligo sul potere che le Nazioni Unite possano avere sul tavolo del conflitto siriano, è che il nuovo segretario generale dell’Onu possa avviare una lotta a tutto campo contro le violenze indiscriminate sul terreno, alla stregua del contrasto all’estremismo, per ‘facilitare’ una soluzione politica largamente condivisa dalla popolazione per le crisi in Siria.
Ma a fronte delle incursioni degli aerei del regime siriano, che anche in queste ore sono tornati a martellare i quartieri orientali di Aleppo sotto il controllo dei ribelli, appare illusorio e improbabile un possibile cessate il fuoco.
Nella città simbolo del massacro siriano vivono intrappolate tra le 250mila e le 300mila persone. Tantissimi bambini.
Sono allo stremo, raccontano gli attivisti dell’Osservatorio siriano per i diritti umani, un gruppo vicino all’opposizione con sede in Gran Bretagna che si avvale di una fitta rete di fonti in Siria.
I jet di Assad e Putin hanno bombardato diverse zone tra cui al-Maysar, Karam Jebel, Bustan al-Pasha e Sakhour.
La popolazione è anche coinvolta negli scontri tra le forze del regime e il gruppo jihadista Fateh al-Shah nella zona vecchia di Aleppo.
E andrà sempre peggio. Lo ha assicurato Bashar al Hassad in persona che ha annunciato l’imminente ‘ripresa’ della città, ‘trampolino per liberare altre aree della regione occupate dai terroristi”, in un’intervista al quotidiano russo Komsomolskaya Pravda.
Insomma, un vero e proprio atto, o ‘soluzione’, finale che si annuncia come il più sanguinario dell’intero conflitto.

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