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6 novembre, una marcia per il diritto, la giustizia, l’indulto, l’amnistia

 

Don Luigi Ciotti e don Paolo Spriano, cappellano del carcere di Rebibbia, don Antonio Mazzi, animatore della comunità Exodus; parlamentari del PD come Ileana Argentin, Luigi Manconi, Valter Verini, capogruppo alla commissione Giustizia della Camera; lo scrittore Erri De Luca e Vasco Rossi; il garante dei diritti dei detenuti della regione Lazio Stefano Anastasia e Antonello Venditti; Guido Calvi e Giuseppe Di Federico; Ornella Favero e Ilaria Cucchi, per pescare a caso tra le quasi cento adesioni arrivate in poche ore; e poi un ventaglio di Associazioni: Antigone, A Buon Diritto, A Roma Insieme, Fuori dall’ombra, Il detenuto ignoto,  Medicina Solidale, Associazione Migrare,  Nessuno Tocchi Caino, Comitato Per la Giustizia Piero Calamandrei,  la Consulta penitenziaria di Roma, Funzione Pubblica Fp-Cgil Nazionale, l’Unione Camere Penali Italiane, Ristretti Orizzonti, la regione Basilicata con il suo Gonfalone…

Si ritroveranno tutti (e nel frattempo è da credere che cresceranno) la mattina del 6 novembre dalle parti del carcere romano di Regina Coeli per sfilare fino a piazza San Pietro, per una marcia intitolata a Marco Pannella e a Papa Francesco:  la marcia per l’amnistia organizzata dal Partito Radicale “prosecuzione”, spiegano  i promotori “della storica battaglia di Pannella per l’amnistia e l’indulto, riforme “obbligate” per l’immediato rientro dello Stato nella legalità costituzionale”.

Indulto e amnistia perché le nostre istituzioni fuoriescano dalla condizione criminale in cui si trovano rispetto alla nostra Costituzione, alla giurisdizione europea, ai diritti umani universalmente riconosciuti e alla coscienza civile del Paese. In molti, dopo la morte di Pannella, hanno ricordato le sue iniziative, le  grandi campagne nonviolente, i numerosi digiuni per i carcerati, per le loro famiglie e la comunità penitenziaria, per liberare un sistema giustizia che nega le pur minime garanzie del cittadino e  intrappola intere generazioni in processi infiniti e costosi. In particolare, Pannella ha sempre avuto cura di richiamare l’attenzione delle istituzioni su due questioni: il ripristino della legalità nelle carceri, quale riforma strutturale, e la necessità e l’urgenza di una amnistia quale primo passo per affrontare la crisi complessiva della giustizia. La crisi della giustizia e il protrarsi della non applicazione del dettato costituzionale pongono in grave pericolo l’esistenza dello Stato di diritto, come ci ammonisce da tempo il Consiglio d’Europa attraverso le sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo: non dobbiamo mai dimenticare, quanto invece ricordare e denunciare con forza come l’Italia sia costantemente, da almeno trent’anni, condannata per violazione dell’art. 6 della CEDU, riguardante la “ragionevole durata del processo”, diritto umano tutelato anche dalla nostra Costituzione all’articolo 111, secondo comma.

Ancora una volta va ribadito un aspetto troppo trascurato dagli  “addetti ai lavori”, dai media in generale: l’importanza di una riforma della giustizia al fine di garantire al Paese la ripresa in ogni settore dell’economia, affaticata e depressa a causa del pessimo funzionamento del sistema giudiziario, nei suoi aspetti penali come in quelli civili.

Il “sentire” di Pannella lo si ritrova nelle parole di Papa Francesco, quando parla del 6 novembre, e definisce quella giornata come uno dei più importanti eventi dell’Anno Santo della misericordia, e si celebrerà a San Pietro il “giubileo dei carcerati”: «Il Giubileo ha sempre costituito l’opportunità di una grande amnistia, destinata a coinvolgere tante persone che, pur meritevoli di pena, hanno preso coscienza dell’ingiustizia compiuta e desiderano sinceramente inserirsi di nuovo nella società portando il loro contributo onesto».

L’appello, la richiesta dei “marciatori” è che le massime istituzioni della Repubblica facciano sentire la propria voce, che Governo e Parlamento si attivino per almeno dibattere le proposte avanzate e conseguentemente trovare le soluzioni in grado di risolvere efficacemente questi problemi, non di rinviarli e aggravarli.  Per i “marciatori” amnistia e indulto sono provvedimenti che si rendono necessari perché le carceri, nonostante i provvedimenti recentemente adottati, tornano a scoppiare; i tribunali sono intasati da milioni di processi, e ogni anno sono decine e decine di migliaia i processi che vanno in fumo per prescrizione.

Situazione carceri: rispetto ai primi sei mesi dello scorso anno aumenta di oltre 1.800 unità il numero dei detenuti nelle carceri italiane: dai 52.389 registrati al 31 agosto 2015 si arriva ai 54.195 del 31 agosto 2016, rispetto a una capienza di 49.600 posti.

I processi e la loro abnorme durata: prescrizione a parte, potrebbero costare al Ministero della giustizia dai 240 milioni euro ai 480 milioni euro, a seconda che siano moltiplicati per la soglia minima o quella massima di indennizzo per eccessiva durata, fissate rispettivamente in 400 o 800 euro dalla legge Stabilità 2016. Somme che vanno ad aggiungersi al debito pregresso di 400 milioni euro e che costituiscono quel “debito giudiziario” che assorbe risorse (il relativo capitolo di bilancio è finanziato ogni anno con 180 milioni euro) che potrebbe essere destinate invece alla migliore efficienza. Al ministero della Giustizia la preoccupazione per questo debito monstre rimane alta, tanto che si sta valutando come intervenire nuovamente per “calmierare” gli indennizzi o introdurre nuovi paletti, dopo il giro di vite approvato con la legge di Stabilità del 2016. Si tratterebbe di una soluzione necessitata dalle ristrettezze di bilancio, nella speranza che la leva della buona organizzazione degli uffici, per garantire una più efficace e tempestiva risposta di giustizia, produca gli effetti sperati. Il ministro della Giustizia Andrea Orlando fa della organizzazione e della copertura degli organici un punto politico del suo programma di azione; e lo ribadisce rispondendo ad una interrogazione parlamentare che collega proprio le altissime percentuali di scopertura del personale di magistratura ordinaria (11 per cento); di magistratura onoraria (28 per cento); di giudici di pace (60 per cento), al debito finanziario per irragionevole durata dei processi.

I dati aggiornati al II trimestre 2016 dei processi civili che hanno accumulato ritardi oltre le soglie di durata massima fissate per legge (tre anni per i procedimenti in primo grado; due anni per i procedimenti in appello; un anno per i procedimenti in Cassazione) sono pubblicati proprio dal Ministero. Si tratta di 612 mila procedimenti, di cui 77.270 ultra annuali in Cassazione (con una incidenza del 49% di quelli tributari), 155.330 ultra-biennali in Corte d’appello e 447.375 ultra-triennali in Tribunale.

Una situazione insostenibile, e che, pur con tutta la buona volontà (che spesso manca) i tempi per le possibili soluzioni non saranno brevi; è evidente che per decongestionare le carceri e alleggerire il carico enorme che grava sui singoli magistrati e l’intero apparato giudiziario, i provvedimenti di indulto e amnistia si impongono. Piuttosto che la prescrizione indiscriminata che si consuma ogni giorno, e che spesso riguarda anche crimini e responsabilità penali gravi, è più opportuna un’amnistia regolata e mirata su reati-non-reati come quelli, per esempio, contemplati da leggi criminogene che attendono solo di essere abrogate: la Bossi-Fini sull’immigrazione, e la Fini-Giovanardi sulle tossicodipendenze.

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