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Terremoto. Noi, fratelli e sorelle d’Italia. Nel dramma una immensa dignità

 

Un pigiama grigio, un paio di ciabatte rosa, una coperta in mano e lo sguardo perso mentre cerca di trovare la tenda dove passerà la prima di chissà quante notti. La casa della signora Adriana è inagibile, quelle che ha addosso le uniche cose che è riuscita a portare con sé dopo il terremoto. Anche suo marito sta bene: ha addosso una tuta e un paio di coperte, chè di notte, qui, si va già sotto i dieci gradi. Lei, che è un po’ più giovane e viene dall’Ecuador, lo prende per mano mentre zig-zagano sotto le stelle di Accumoli, tra le tende blu illuminate a giorno, prima di sparire dentro ad una di queste.

Ecco la prima immagine che mi porto dietro del terremoto. Un po’ di amore nel dramma, una immensa dignità.

Ho trascorso due notti ed un giorno incollato alla Protezione Civile e alle centinaia di volontari che sono arrivati nelle zone colpite dal sisma. Con l’operatore Francesco Casillo ci siamo mossi tra le colonne di mezzi che portavano soccorsi. Colpisce la velocità di intervento. La scelta dei luoghi. La posa delle tende, dei bagni, della luce e dell’acqua. L’arrivo delle cucine, lo smistamento del cibo e delle coperte. E anche gli abbracci tra volontari, donne e uomini con polo decorate da stemmi diversissimi, gente da tutta Italia che abbracciandosi snocciola i nomi delle altre missioni fatte assieme: L’Aquila, Haiti, Mirandola: “come stai?”, “siamo tornati dalle ferie ma anche stavolta in famiglia hanno capito”, “hai visto che delirio, ma ce la facciamo anche stavolta, vero?”, sono le frasi più ricorrenti. Il coordinatore del campo base dei volontari raccolti ad Amatrice lo conosco bene. Si chiama Ignazio Schintu ed è il responsabile del Centro Fenoglio della Croce Rossa di Settimo Torinese. Mentre uomini e mezzi sono qui, al Fenoglio continuano le attività di prima accoglienza dei migranti. Quello di Settimo è un  centro modello, un vero presidio di democrazia. Migranti e terremoto, una emergenza nell’emergenza. Tosta, dico. Si, ma ce la facciamo, risponde Schintu.

In tre giorni la paura e lo smarrimento si sono trasformati in rabbia e in una sorta di resistenza. Piangono gli amici e i parenti che non ci sono più, pregano per chi è ferito, ma gli sfollati guardano le stradine e le case distrutte con un solo pensiero: la priorità è restare qui, ripartire dalle radici, non abbandonare la loro montagna. Un salto veloce a casa, con i pompieri, per chi può recuperare qualche vestito, oggetto prezioso, documenti, ricordi. Nel parchetto di Grasciano i bimbi continuano a giocare a pallone come ogni giorno, gli anziani al bar affianco che rimane aperto nonostante il dramma: “da trent’anni sono qui” dice la proprietaria a microfoni spenti “questa attività è il mio regalo al paese. Non voglio fare nessuna intervista, adesso: torni tra due mesi e le racconto tutto, qui non vogliamo essere abbandonati. Non dimenticateci”.

Rispetto al primo giorno la gente è un po’ stanca anche dei giornalisti. Soprattutto di quelli della TV. Non esiste un manuale su cui i cronisti possano studiare per prepararsi al racconto di questi fatti, per non essere invasivi. Per non tracimare. Ma da quello che ho visto mi sembra di poter dire che una calamità sia un potentissimo moltiplicatore di quello che si è nei giorni “normali”: difficile che un giornalista sensibile si trasformi in uno sciacallo, impensabile che un cronista aggressivo limiti il cinismo.

In queste situazioni la mediazione del giornalista, l’esercizio quotidiano che bilancia la raccolta di informazioni alla sensibilità personale nel riferirle al pubblico, diventa uno strumento ancora più forte. Direi quasi l’essenza del racconto, in contesti simili. Di sicuro, la stella polare.

Prima di tornare a dormire nella tendopoli di Grisciano, ieri sera, il bambino Simone ha raccontato due cose ai suoi amichetti: come si usa la telecamera di un operatore Rai tra un collegamento e l’altro, e quali bellissimi regali ha ricevuto dai ragazzi della Protezione Civile. Il lungo applauso che gli hanno dedicato, dopo la cena, è stato il primo momento sereno dopo il terremoto. È durato un attimo, ma per Simone (e per tutti noi) è stato speciale: un ricordo prezioso per il suo settimo compleanno.

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