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Noi non saremo complici del massacro. Subito una manifestazione internazionale in Turchia

 

In questi giorni siamo tornati a parlare di Europa e di valori europei. Una occasione è stata offerta dalla ricorrenza della morte di Alcide De Gasperi. L’altra, tra pochi giorni, sarà il summit tra Merkel, Hollande e Renzi a Ventotene, dove fu spedito al confino dal regime fascista e scrisse il suo Manifesto Altiero Spinelli.
Come ha correttamente sottolineato ieri il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, “non sono le banche o le transazioni commerciali che hanno determinato l’Unione Europea, ma uomini politici e parlamentari lungimiranti”. E quindi ha lanciato l’esortazione a rilanciare le proprie “autentiche ambizioni”.
Lo spirito europeo è nato innanzitutto intorno ai valori della libertà. Delle libertà. Dalle dittature e dagli autoritarismi.
L’Europa non può ridursi a una unione di vincoli, lacci e lacciuoli.
L’Europa deve ritrovare la propria ambizione di casa comune dei diritti civili, delle libertà.
Per questo non si può accettare interessi economici, legittime paure di fronte al terrorismo, o – peggio ancora – non sempre chiare “ragion di Stato”, facciano chiudere un occhio, spesso tutti e due, di fronte al massacro dei diritti in atto in numerosi Paesi.
Ancor meno è tollerabile che avvenga nei confronti di Paesi, come la Turchia, con i quali si stringono poi accordi, con i quali si tratta l’ingresso nella casa comune europea.
La Turchia oggi, come denunciato d Reporter Senza Frontiere è la più grande prigione del mondo per i giornalisti.
Ormai non passa giorno senza l’annuncio di arresti, di chiusure di giornali, di mezzi di informazione. Chi è lì denuncia che stanno vivendo un “incubo”.
Come tutte le dittature, gli oscurantismi, il premier Erdogan sta colpendo tutti i luoghi di cultura e presidi di diritti: accademici, insegnanti, magistrati, giornalisti.
E oggi più che mai è vero che il silenzio diventa complicità.
E fino ad ora, aldilà di qualche dichiarazione, l’Europa non ha agito.
Noi invece non vogliamo restare in silenzio. Anzi vogliamo dare voce a coloro ai quali oggi viene messo il bavaglio. Lo abbiamo fatto al congresso Usigrai, nel dicembre scorso, chiedendo alla giornalista turca Ceyda Karan di aprire i lavori. Lo vogliamo continuare a fare oggi, offrendo loro i nostri siti, i nostri blog, per continuare a raccontare ciò che accade in Turchia.
Lo stesso dovrebbe farlo la Rai, e tutti i Servizi Pubblici europei: date voce e spazio a chi in Turchia lotta contro la repressione di Erdogan. Un servizio in meno sulla querelle estiva sul “burkini”, un servizio in più su chi lotta contro il burka imposto in Turchia alle libertà e ai diritti.
E poi ci deve essere il nostro impegno, come giornaliste e giornalisti. L’Usigrai ha dimostrato sin dal proprio congresso di essere accanto a loro. Grazie all’impegno della Fnsi, la questione è stata portata sul tavolo del governo italiano, e all’attenzione dei Congressi della Federazione europea dei giornalisti e della Federazione internazionale dei giornalisti.
Ora dalle parole però dobbiamo passare ai fatti.
Serve una mobilitazione internazionale per dire no al bavaglio turco.
Serve una manifestazione subito a Bruxelles davanti alle sedi della Commissione europea e della Nato.
E poi immediatamente dopo bisogna andare al cuore del problema: serve una manifestazione in Turchia. Per dire a chi lotta per la libertà che noi siamo al loro fianco. Non solo a parole. Ma concretamente al loro fianco.
L’Usigrai, la Fnsi, insieme a Ifj, Efj, non resteranno in silenzio, non resteranno inermi, non saranno complici del massacro dei diritti in corso in Turchia.

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