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Due mesi di sospensione per Baraghini (stampa alternativa). Il collegio di disciplina dell’Odg non ha di meglio da fare?

 

Marcello Baraghini, dice nulla questo nome? Per chi ha almeno trent’anni, il nome viene associato a “La lettera sulla felicità” di Epicuro, pubblicata da Stampa Alternativa, un incredibile successo editoriale, milioni di copie vendute, al più che modico prezzo di “mille lire”. Ecco, è proprio lui: quel Baraghini, bizzarra figura di editore radicale, di radicale editore, dove il radicale sta sia per sostantivo che per aggettivo. Al suo attivo un catalogo di alcune migliaia di pubblicazioni, e dentro c’è di tutto, da Hermann Hesse a Matilde Serao, da Benito Jacovitti a Pietro Nenni e Mark Twain: andate nel sito del suo catalogo, per una manciata di euro vi procaccerete una montagna di libri da allietarvi estate-autunno-inverno…). Ma è altro, che qui preme: del contenzioso, assurdo, che oppone il meritorio editore-giornalista Baraghini all’Ordine dei Giornalisti; che lo oppone anche a me, che di quell’Ordine faccio parte pur non capendo da sempre perché ci sia e a cosa mi serva (almeno così come è strutturato e organizzato).

Baraghini, romagnolo di Civitella, è un tipo tosto che viaggia con allegria sui 73 anni. Nella sua vita, ventenne, si imbatte in Marco Pannella, e si forma alla sua scuola. Figuratevi dunque un tipo magro come un chiodo, jeans e t-shirt stinta, spesso in sandali, somiglia, nell’aspetto, al poeta italo-americano Lawrence Ferlighetti, quello che pubblica per primo Allen Ginsberg e Jack Kerouac, e per questo finisce in galera. A pensarci bene, Baraghini e Ferlinghetti hanno molto in comune; e magari anche Marcello in qualche cassetto nasconde poesie. Di certo è un corsaro dell’editoria, e lo vedi caracollare sotto zaini e borsoni, spesso a un tavolo di bar della stazione Termini di Roma che promuove a suo “studio”; è lì che incontra i suoi autori, tra una coincidenza di treno e l’altra. Pubblica di tutto, e si tratta di edizioni curate e precise, ha vinto non per caso il “compasso d’oro”, nel 1994.

Nella notte dei tempi Pannella, impegnato, con “Agenzia Radicale” nelle sue campagne di stampa contro ENI ed enti inutili-succhia-soldi di Stato, lo fa diventare giornalista. Si forma, professionalmente, ne “L’Astrolabio” di Ferruccio Parri ed Ernesto Rossi; poi, con Angiolo Bandinelli, Aloisio Rendi, altri giornalisti radicali, si inventa un modo per aggirare le leggi che impongono ci sia un giornalista iscritto all’albo a far da “responsabile” se si vuole fare un giornale. Loro accettano di dirigere nominalmente tutti i giornali che sono sprovvisti di responsabile; sono disposti ad assumersi anche le conseguenze (querele, denunce), senza nulla in cambio, solo per onorare l’articolo 21 della Costituzione. In questo modo il solo Baraghini garantisce a oltre trecento pubblicazioni di ogni orientamento possibile, la possibilità di poter uscire, essere conosciute; e a tutti noi, se vogliamo, di poterle leggere e valutare. Solo per questo Baraghini dovrebbe essere ringraziato solennemente. Ne ha ricavato, al contrario, solo rogne, processi, qualche condanna. Non vorrei sbagliare, ma per reati legati alla stampa per qualche tempo è stato anche “latitante” (ovviamente, secondo tradizione, a casa sua), in attesa di qualche marchingegno tecnico-giuridico che rendesse vana la condanna patita.

Fonda una sua agenzia di stampa, “Stampa Alternativa”, che con il tempo si trasforma in casa editrice. Senza sovvenzioni di stato, senza gravare su enti para-pubblici, facendo leva sul ricavato di vendite e l’aiuto di amici disinteressati.
Tra le mille cose si “inventa” una tessera-stampa: simbolica, non ha alcun valore legale, né la vuole avere. E’ come un biglietto da visita: uno ci può scrivere: “cavaliere”, “commendatore”, “marchese”… Lui ci scrive: “Non sei giornalista patentato? Tessera libera tutti!”; e propone il suo biglietto da visita per l’utilizzo in “situazioni altrimenti impossibili da frequentare senza accredito, invito o biglietto”. Uno sberleffo, certo; ma che sarà mai…
Pare sia qualcosa. Il 16 gennaio 2016 il nientemeno che “collegio di disciplina” del consiglio regionale dell’ordine dei giornalisti della Toscana (“ispirato” o di sua iniziativa?) “visto…”, “visto…”, “visto…”, “presa in esame…”, “preso atto…”, “ritenuto…”, “ritenuto…”, “preso atto…”, intima a Baraghini di presentarsi dinanzi a una sorta di sinedrio, per giustificarsi. Se vuole “potrà farsi assistere da un difensore”. In caso di mancata comparizione, “si procederà ugualmente al giudizio”. Per quella tessera? Già, pare che qualcuno si sia risentito, per quello che è scritto in quel cartoncino.

Che si fa, la classica pernacchia di Totò? Baraghini prende carta e penna e invia una sorta di memoriale, dove racconta e spiega d’essere “vittima”, dopo cinquant’anni di militanza giornalistica e non in favore e sostegno dei diritti civili, di un procedimento disciplinare da parte del Collegio di disciplina dell’Ordine Toscano, “per quanto pubblicato dalla testata on-line Stampa Alternativa in merito alla Press Card 2015 (…) in quanto i modi e i termini impiegati giornalista patentato e Tessera Libera Tutti, possono configurare un atteggiamento equivoco e in contrasto con la dignità professionale(…)”.

Proprio così: possono configurare atteggiamento equivoco e in contrasto con la dignità professionale”.
A questo punto, conviene lasciare la parola allo stesso Baraghini: “A nulla è valso il mio ricorso, confortato da cinquant’anni passati in difesa della libertà di stampa e dell’informazione e avvalorato, per giunta, dai “servizi” offerti a più di trecento testate autogestite, prive di un direttore responsabile iscritto all’Ordine. In questi anni, infine, decine di giornalisti pubblicisti e professionisti hanno contribuito alla costruzione di un catalogo editoriale prestigioso, quello di Stampa Alternativa, insieme, anche, ai titolari della Press Card, causa del procedimento. All’unanimità, i componenti del Collegio di Disciplina mi hanno sanzionato con: «due mesi di sospensione (…) disponendone comunicazione al Tribunale di Roma”.

Nientemeno… “La sordità con cui sono state accolte le mie ragioni”, mi racconta Baraghini, “e l’indifferenza di fronte al precipitare, nel nostro Paese, della libertà di stampa (nella classifica di «Reporter senza frontiere» siamo a uno degli ultimi posti al mondo dopo il Botswama), mi spingono a non presentare impugnativa alla sanzione; piuttosto, a rivolgermi a tutti quei giornalisti, sia che abbiano già collaborato con Stampa Alternativa, insieme a scrittori, curatori, traduttori, editor, sia che abbiano semplicemente a cuore le sorti della libera informazione in Italia che ritengono ingiusta la sanzione nei miei confronti”.
Ora la “punizione” comminata a Baraghini non so che pratici e concreti effetti possa avere. E’ possibile che mentre scrivo i due mesi di “sospensione” siano già trascorsi. Ma non è questione di due mesi o due anni, o – per assurdo – due giorni o due minuti. Il fatto è che un Ordine dei Giornalisti riunisce il suo Collegio di disciplina per una cosa del genere; e tutti, compresi nel loro ruolo di giudici, istruiscono un “processo” ed emettono una sentenza. A nessuno scappa una risata, nessuno chiede e si chiede: “Ragazzi, ma che stiamo facendo?”.

Per quel che mi riguarda ho telefonato a Baraghini e gli ho chiesto di mandarmi una delle sue irrispettose tessere. La esibisco assieme a quel tesserino rosso che certifica il mio essere “professionista”. Se in questo mio fare configura un “atteggiamento equivoco e in contrasto con la dignità professionale”, me ne farò una ragione; come tanti anni fa mi sono fatto una ragione quando assunsi, come Marcello, la direzione responsabile/ irresponsabile di svariate pubblicazioni sprovviste di professionista iscritto all’albo; e tra le altre quella del “Male”, che mi procurò una settimana di carcere e una cinquantina tra denunce e querele. E mai che un collegio di Disciplina dell’Ordine dei Giornalisti mi abbia espresso solidarietà e vicinanza, ritenendo quella carcerazione, quei processi qualcosa in contrasto non tanto con la “dignità professionale”, ma con la semplice libertà di pensiero e opinione (articolo 21 della Costituzione).

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