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Nuove rivelazioni sulla morte di Giulio. Il dolore dei Regeni per il voltafaccia inglese

 

“Giulio Regeni ha cominciato a morire poco dopo il suo arrivo al Cairo, nel settembre del 2015, quando la Sicurezza Nazionale, il Servizio segreto interno egiziano, apre sul suo conto il fascicolo riservato 333//01/2015 con le accuse di spionaggio, cospirazione e appartenenza a una rete terroristica interna al Paese che progetta l’eliminazione del presidente Al Sisi”.
Con queste rivelazioni inizia l’ultima inchiesta pubblicata da Repubblica sul caso Regeni, che torna sulle prime pagine dei giornali grazie al reportage dall’Egitto di Bonini Foschini Tenacci, colleghi che non smetteranno, come noi di Articolo 21, di cercare le risposte finora negate sulla fine del ricercatore italiano.
“Per tre mesi, ignaro dell’occhio paranoico che lo osservava, Giulio diventa ‘fair game’, preda indifesa di una caccia libera tra gli apparati dello Stato – Servizi militari e Servizi civili –  in lotta per contendersi un posto al sole nella gerarchia del Regime. Fino all’esito finale” scrivono a sei mani nelle due pagine di oggi ricordando le tappe della vicenda.
Prima il sequestro, la sera del 25 gennaio, poi le torture ad opera dei Servizi militari infine l’oltraggio del cadavere scaricato seminudo lungo la desert road Cairo-Alessandria con accanto un oggetto di cui sin qui nulla si era saputo: una coperta in uso all’esercito. La traccia lasciata da chi, all’interno degli apparati egiziani, ha deciso ‘per vendetta’ di offrire un’indicazione sui responsabili dell’omicidio.
E c’è dell’altro. Una fonte anonima, che si definisce il tramite di informazioni provenienti da una delle principali istituzioni dell’esecutivo in Egitto, afferma che il giovane friulano sia stato ‘sacrificato’ in nome di una faida tra generali.
A poco più di quattro mesi dal ritrovamento del corpo di Regeni appare finalmente chiaro, inconfutabile, un elemento: l’omicidio non può essere stato compiuto da comuni criminali, appaiono ormai evidenti le responsabilità di organi di Stato.
Ma il governo egiziano ha respinto sin dall’inizio ogni ipotesi di coinvolgimento dei servizi nel delitto, anzi si è reso protagonista di tentativi di depistaggio e ha provato a propinare come possibile ‘soluzione del caso’ la pista della criminalità, affermando che Giulio sia stato vittima di una banda di sequestratori, ben cinque, tutti uccisi dalla polizia in un blitz ‘finito male’.
Dal regime di Abd al-Fattah al-Sisi non ci si poteva aspettare nulla di diverso. Quello che invece lascia interdetti è l’atteggiamento non collaborativo dei professori inglesi del ricercatore italiano.
Dopo l’Egitto, dunque, è la Gran Bretagna a ‘deludere profondamente’, come hanno tenuto loro stessi a far sapere, i genitori di Giulio Regeni.
“Alla comunità universitaria avevamo affidato con fiducia e sacrificio nostro figlio Giulio – sottolineano con amarezza Paola e Claudio – e da questa comunità accademica ci aspettavamo la massima e concreta solidarietà e dunque la totale collaborazione nelle ricerca della verità circa le circostanze del suo sequestro e della sua atroce uccisione”.
I genitori di Giulio però non si fermano e continuano la loro battaglia per la verità: il 15 giugno saranno all’Europarlamento e sarà quella l’occasione per rilanciare l’appello affinché “tutti, senza omertà di sorta, s’impegnino sinceramente e fattivamente per fare emergere la verità sul barbaro omicidio di Giulio e collaborino con la procura di Roma, nella quale riponiamo la massima fiducia”.
Era quindi inatteso l’ultimo rifiuto che hanno dovuto incassare dalla docente di Cambridge, Maha Abdelrahman, professoressa di Regeni, che non ha voluto rispondere alle domande dei pm italiani che avevano ottenuto una rogatoria per poterla sentire nel Regno Unito.

Anche se oggi dall’università inglese fanno sapere che le storie apparse di recente sulla stampa italiana “semplicemente non sono vere e che Cambridge appoggia le autorità italiane nelle indagini su questo fatto orrendo». «Rimaniamo aperti e impegnati a lavorare con la Procura  al fine di far emergere la verità per Giulio Regeni e per la sua famiglia», ha rimarcato una portavoce, sorvolando tuttavia sul fatto che quattro accademici con cui Regeni collaborava in veste di ricercatore, e che lo avevano mandato in missione di studio al Cairo, si siano finora rifiutati di farsi sentire dai pm.
Gli investigatori italiani si sono trovati ancora una volta di fronte ad un muro di silenzi che rende sempre più difficile la ricerca della verità sulla morte del ricercatore.
Un atteggiamento che ha lasciato interdetti gli inquirenti, che ora si trovano anche a dover chiarire un altro punto che sembrerebbe portare sempre in Inghilterra: dall’Egitto è infatti arrivata una parziale sintesi dei tabulati dei cellulari agganciati da alcune celle del Cairo: documenti parziali, anche questi, dai quali però emergerebbe che in concomitanza con la scomparsa di Giulio e il ritrovamento del suo cadavere ci sarebbe stato uno scambio di sms tra alcune utenze presumibilmente inglesi e numeri egiziani. In particolare, tra le 19.30 e le 20.30 del 25 gennaio – dunque in un orario compatibile con la scomparsa – sarebbero partiti da una utenza inglese tre sms diretti ad altrettanti numeri egiziani. Cellulari agganciati nella zona in cui viveva Giulio.
La notte tra il 2 e il 3 febbraio, inoltre, sempre da un cellulare inglese fu inviato un sms ad un numero egiziano che era agganciato alla cella della zona dove fu ritrovato il corpo senza vita di Regeni.
Gli ultimi verbali che sono stati analizzati,  ottenuti al vertice dell’8 e 9 maggio scorsi al Cairo,  contenevano testimonianze e tabulati telefonici degli appartenenti alla banda dri presunti rapitori del giovane che erano in possesso dei suoi documenti. Dopo averli analizzati gli investigatori di Ros e Sco hanno presentato ai magistrati una relazione di un centinaio di pagine con la quale hanno manifestato forti dubbi sulla ricostruzione offerta dalle autorità del Cairo proprio in relazione alle modalità di ritrovamento del passaporto di Giulio. In sostanza, sia le testimonianze sia la mancanza di riscontri dai tabulati evide zigrinerò diverse incongruenze alla luce di quanto prospettato dalle autorità egiziane. Ma soprattutto, non ci sarebbe né un elemento concreto che possa ricondurre quei soggetti al possesso dei documenti né informazioni utili a capire come i malviventi li abbiano avuti.
Inaomma, una ricostruzione che fa acqua da tutte le parti. Come è stato evidente a tutti noi sin dal primo istante che hanno provato a propinarci la pista della criminalità come soluzione del caso.

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