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Il 2 giugno ’46 nelle memorie familiari

 

Ho imparato il significato della celebrazione del 2 giugno fin da piccola, in una famiglia dalle forti radici democratiche, laiche, socialiste e comuniste insieme anche a una matrice del cattolicesimo più aperto e impregnato di etica del lavoro, quasi calvinista a volte. Insieme al 25 aprile, e più tardi al 1 maggio, quella festa della Repubblica, per me bambina, era la più emozionante tra le celebrazioni ufficiali, dopo il Natale ma per ovvii motivi infantili.
Emozionante perché nei miei occhi scorrevano le immagini narratemi ripetutamente da mia nonna ma ancora di più da mia mamma. Allora studentessa universitaria quasi ventenne (e quindi con il rimpianto di non aver potuto votare allora, che la maggiore età scattava ai 21 anni), aveva vissuto gli anni della persecuzione e l’occupazione nazista di Roma da figlia di un membro del Comitato di liberazione nazionale ricercato dai fascisti, e, dopo la liberazione di Roma, l’ebbrezza dei primi vagiti di un governo di unità nazionale e le animate discussioni sull’immediato e sul futuro: il voto alle donne, la scelta tra monarchia e repubblica, l’assemblea costituente, fino alla scrittura della Carta, a cui mio nonno, Enrico Molè, demo laburista con radici socialiste, contribuì da segretario coordinatore del cosiddetto “Comitato di redazione”, che raccoglieva 18 parlamentari più esperti di diritto e fu definito “il vero motore della Costituente”.

Un percorso non scontato che, nonostante storie, ideali, percorsi anche contrastanti tra loro, confluirono sempre in scelte condivise e di grande respiro, puntando sempre verso l’alto e mai guardando in basso. Lo confermò anche il presidente emerito della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, in una intervista che mi concesse nel 2003, per i 55 anni dalla promulgazione della Costituzione. “Ci scontravamo aspramente in aula sull’ordinaria attività legislativa, ma sui principi della Carta si trovava sempre un punto di accordo, un’armonia, perché provenivamo tutti dalla stessa storia antifascista e guardavamo con gli stessi occhi alla Repubblica che si voleva costruire, democristiani e comunisti, liberali e azionisti, monarchici e repubblicani.” 
Ancora oggi, quando si avvicina il 2 giugno,mi tornano alla memoria quei racconti. E, da madre di due universitari ma anche da giornalista e nei tanti incontri con i ragazzi delle scuole e dell’università, ho cercato malamente di restituire ai più giovani l’emozione di quei giorni come è stata tramandata a me da chi l’aveva vissuta in prima persona: l’emozione di vivere una rinascita civile e di costruire dalle macerie, politiche prima che materiali, l’Italia. “Queste file di gente disciplinata davanti alle sezioni – spiegava Piero Calamandrei agli studenti milanesi nel ’55 – Disciplinata e lieta. Perché avevano la sensazione di aver ritrovato la propria dignità, questo dare il voto, questo portare la propria opinione per contribuire a creare, questa opinione della comunità, questo essere padroni di noi, del proprio paese, della nostra patria, della nostra terra; disporre noi delle nostre sorti, delle sorti del nostro paese”.

I settant’anni che ci separano da quel 2 giugno non hanno dato vita al progetto di democrazia che immaginavano i padri costituenti, e quella Carta, ripetutamente ritoccata, potrà forse richiedere ancora ripensamenti. Ma quello che non va tradito è la filosofia che animava l’Assemblea che l’approvò: la condivisione profonda di ideali e strumenti giuridici per raggiungerli e la consapevolezza che non c’è testo perfetto che basti a se stesso. Come spiegava, ancora, Calamandrei: “La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile. Bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità”. Purtroppo oggi prevale lo spirito che aveva intuito vent’anni fa un grande osservatore come Indro Montanelli che scriveva: “In Italia si può cambiare soltanto la Costituzione. Il resto rimane com’è”.

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