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Turchia: diamo voce ai colleghi da troppo tempo nel mirino

 

Ricordo ancora con nitidezza le parole di una coraggiosa studentessa iraniana che intervistai nell’università di Teheran nel 2004. Tra le altre cose mi disse: “Se è vero che viviamo nel villaggio globale, noi chiediamo che la capanna dell’Iran faccia parte di questo villaggio a pieno titolo con gli stessi obblighi e gli stessi diritti”. Era un commento a quei coraggiosi episodi di resistenza “umana” a cui davano vita ogni notte i giovani che salivano di nascosto sui tetti delle abitazioni per montare antenne tv paraboliche per collegarsi al mondo, per consumare quella piccolissima fetta di democrazia negata. L’unico modo (all’epoca) per essere informati sul mondo e su ciò che accadeva nel proprio paese attraverso le fonti della diaspora e della opposizione politica. Ed all’alba quelle antenne sparivano come per miracolo.

La libera circolazione delle idee sembra un obiettivo ancora lontano, eppure sulla libera circolazione delle merci (attraverso accordi travagliati) qualcosa in più è stato fatto. Ma sembra quasi perdere valore questa “merce” chiamata informazione in un mondo dove i valori fondanti delle società (così come li abbiamo pensati e immaginati alle fine della seconda guerra mondiale) sembrano cambiare alla velocità della luce, puntando decisamente verso il basso.

L’associazione Articolo 21 ha da tempo concentrato le proprie iniziative su temi di portata internazionale: illuminare le periferie del mondo è uno slogan che raccoglie tutte queste istanze di ampliamento delle nostre conoscenze. Personalmente sono soddisfatto che Giuseppe Giulietti abbia rilanciato nella veste di presidente della Federazione Nazionale della Stampa queste battaglie che riguardano tutti, giornalisti e cittadini. Il caso Regeni è la drammatica prova del 9 di questo ragionamento. Del resto vediamo come in alcuni paesi (purtroppo ancora l’Egitto) sia impedito ai giornalisti di fare il proprio lavoro con arresti e intimidazioni. Questo respiro internazionale all’azione sindacale è l’unica strada che resta ancora disponibile anche ai colleghi italiani per rompere un accerchiamento che ci sta facendo precipitare sempre più in basso nella classifica mondiale della libertà di stampa.

Una prima azione potrebbe concretizzarsi nel dare voce a chi fatica a farsi sentire, a quei colleghi turchi (ad esempio) da troppo tempo nel mirino: una figura sempre meno retorica e (alla luce delle ultime immagini) sempre più reale.

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